domenica 20 aprile 2025

ANGOLO DI (RI)SCATTO: Michele - a cura di Angela Caccia

 

Angolo di (ri)scatto, utilizza un gioco di parole e una prospettiva: focalizza l’istante e, poi, scova la voce di parole nascoste. È un atto di recupero, salvataggio, liberazione: è il riscatto dell'istante.

 Michele

Un uomo di paese visita, si ambienta altrove, ma il paese se lo porta dietro, dentro. Ha un santino del Patrono nel portafogli.

Un uomo di paese, tra i tanti, ha il volto di Michele: mascella quadrata e viso corto, qualche capello -eroico reduce- sulla testa calva; occhietti dolcissimi e lenti come se, attratti da altre dimensioni, faticassero a calarsi nel contingente.

La risata grassa impegnava tutto il viso sino alle lacrime. Michele si lasciava travolgere dal comico, come a riequilibrare la tragicità del vivere, a recuperare frivolezza e la giusta dose di relatività. Erano i tempi dell’emigrazione, scontata come una pena. Ogni legame alla propria terra andava estirpato con violenza e senza opzioni. La si lasciava con rancore questa terra: non aveva saputo trattenere i figli suoi. Dopo, solo dopo, quand’era lontananza, si faceva anche nostalgia e ritornava amore e segno di appartenenza.

Era nato e vissuto orfano di padre, o meglio, figlio di madre vedova. Non era lo stato civile a etichettarlo, quanto una congenita solitudine da cui non si era mai affrancato. Dopo tanti anni, aveva imparato a camuffarla nella città da cui era stato adottato.

 Ma, qualunque fosse, una notizia dal paese era il cucchiaino di miele rubato dal vasetto: mentre la ascoltava, anche lui svitava lento il tappo di un suo contenitore dov’erano affetti e nostalgie: radici. Evitava di condividerle quelle radici. E non per gelosia. Il suo era un atto di riguardo, una benevolenza verso chi non può capire perché non ha calpestato la sua terra, non ne conosce gli odori che la raccontano, le azzurrità uniformi di cielo e mare che a lui, soprattutto ora, sconfinavano dentro e lo riempivano e gli bastavano e non voleva un altro infinito che il suo paese.

Se ne andò in silenzio, dopo tanti anni di lavoro e 4 di coma. Varcò finalmente la soglia della morte nelle braccia di una notte fittissima. Giurerei che lo fece apposta, per lasciare a tutti noi, gente del suo paese, la consolazione dell’alba.

 

 

Qui da me

nel bene o nel male

il tempo attende

gli sguardi sono più lenti

i pensieri rallentati

è più facile qui

scivolare in un maggio qualunque e

scenari da vecchie cartoline: voli di

rondini suoni arancioni

lenzuola che animano un balcone

le statue a mezzogiorno che

vibrano sull’asfalto e pare

sudino anche loro.

Scritte e disegni osceni sui muri di cemento

come anime di un quartiere che

non vuol restare solo

… ma non è maggio

e altrove

un soleggiato pareggerà questa luce spenta

 

da stamattina poi

tra i fumi di caldaie indaffarate

s’intravede una pernice sui tetti

e fissa il vuoto

    sarà nel sud delle cose

    mi dico

la tensione ad annusare l’abbandono

 (Di lentissimo azzurro p. 19- Campanotto Editore)


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