Una contemporaneità poetica
al proprio tempo
Da Forme del tempo (Letture 2016-2018)
(Arcipelago Itaca, 2019)
Come non esistesse eziologia,
forse non esiste nulla
oltre una fragilità congenita
che designerebbe eredità,
trasmissione,
geni antichi, incroci
cellulari,
un’intrusione
che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le
razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre
dopo, essere prossimi.
Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è l’origine
ma un percorso che ci
attraversa e da cui emerge
un’onda
che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.
La poesia di Gianluca D’Andrea (Messina
1976) non è ai nostri giorni eludibile e questo testo ne è un valido esempio.
La sua “Ferita” affronta e precipita senza sfumature argomentative, il lettore in una visione anzitutto estetica
che regala immagini e, attraverso di esse, messaggi con cui è impossibile non
fare i conti. L’orizzonte di cui dipinge i contorni non si lascia apprezzare da
un punto di vista, per così dire, situazionale o comunque contenutistico. Si
lascia cogliere molto più significativamente perchè crea un’ atmosfera e
dialoga con essa. Che questa atmosfera riguardi l’oggi (non che viviamo ma) che
ci vive è, del resto, immediatamente
percepibile, Forse proprio perchè mancante di un destinatario, il testo avvolge
in estensione e in profondità chi si addentra nei suoi versi. Leggendo, ci si
sente ricoprire e nello stesso tempo anche scoprire dalla parola poetica che
non funziona per nulla come un mantello destinato a proteggere. Ci viene
addosso piuttosto come una sorta di catapulta che ci scaraventa fuori da ogni
addomesticato modo di pensare noi stessi, il mondo e l’esperienza tra noi e il
mondo. Espressioni come “non esiste nulla”, “fragilità congenita” danno
immediatamente conto della ferita e della sua gravità esistenziale.
Scopriamo così che esse sono dovute a un’intrusione che arriva da un altro/tempo, un tempo-ombra. L’intrusione di vicissitudini e/o eventi (“eredità, trasmissione, geni antichi, incroci
cellulari”) atti a cambiare la percezione del tempo rispetto al modo in cui
siamo abituati a esperirla. Di solito, infatti, siamo noi a iscrivere la nostra
esistenza in un tempo che è storico perchè copre tutto l’arco dei secoli. Nella
preziosa immagine del testo poetico invece è in atto un’ inversione. Il tempo
non ci segna, non ci stabilizza, non
ci identifica più ma ci attraversa. Dà forma ad un percorso che ci
attraversa e ci disegna quasi come un tragitto del quale non è dato
conoscere l’origine, la meta e/o la fine. E’ questa la condizione epocale, ci
avverte Gianluca D’Andrea in cui l’esistenza del soggetto umano fa oggi
esperienza di sé. Ma non della propria fragilità, bensì nella propria
fragilità, nel proprio essere, appunto oggetto di attraversamento.
L’uomo di oggi incontra il proprio
posto nel mondo, nella propria esperienza di vita? Probabilmente domanda non
idonea: sia che si risponda affermativamente o meno si tratta di un posto in
movimento che si deve continuamente cercare e trovare forse anche rinegoziare.
Fino a imbattersi nel passaggio cruciale dell’esperienza umana: quello del
dolore.
L’uomo di oggi incontra il proprio
dolore? Certo, ma lo incontra, meglio, ne viene attraversato restandone, per
così dire, sorpreso, quasi non si aspettasse il suo abbraccio e fosse
inguaribilmente impreparato ad affrontarlo. Lo incontri “un giorno/mentre
lavori, imprevisto,/imprevedibile” e vicinissimo a te che lo credevi lontano. E
ne resti tradito. Il dolore è un’onda che “può arenarsi/ fino a bloccare il
tempo”.
La bellezza, il fascino di questi versi
non può e non deve distrarci. E’ la contemporaneità poetica al proprio tempo,
quella che ci fa incontrare Gianluca D’Andrea. E se essere capaci di
contemporaneità significa fare qualcosa per il proprio tempo, una parola come
la sua può suggerire, sebbene soltanto in punta di penna, la insostituibile
utilità della poesia. Una poesia fatta, senza ostentazione, di testimonianza e
di bellezza.

Nessun commento:
Posta un commento