La difficoltà di raccontare i naufragi: "Backspace" della coscienza di Angela Caccia
Volendo scrivere sull'ennesimo naufragio in mare, è il
backspace della tastiera a lavorare di più. Non c'è parola che non si
appesantisca di non senso e, al contempo, non abbia una sorta di ritrosia e
pudore nel raccontare la morte, la disperazione di chi resta, lo stupore di chi
è salvo.
Non c’è parola che ormai non tema di essere complice, più
o meno consapevole, dell'ostentazione strombazzata a più livelli. Il che
equivale a familiarizzare con una ferita ancora aperta per cicatrizzarla
velocemente, archiviandola magari alla voce: «Era destino, umanità impotente,
annoso problema».
Del resto, anche il "vinto" di quest'ultima
tragedia sa che i riflettori più potenti sono puntati solo di riflesso su di
lui; diffida ormai delle belle parole e dei monumenti impastati di compassione.
E non ha progetti o vendette da soddisfare, lui che ha l'urgenza di dare un
senso a un immane smarrimento per continuare a dare un senso alla vita.
E ora che, anche noi, abbiamo dato in scritto e lettura,
attiviamo un salutare backspace della coscienza e amen.
Il trafiletto apparve su un giornale nazionale il 27 febbraio 2023, all'indomani del naufragio sulle coste di Steccato di Cutro.
Poi, l’incapacità di scrivere anche un solo pensiero a riguardo. Ero in una bolla da non sfiorare per non urtare il dolore che macerava sotto.
Ad un anno esatto dalla tragedia, questi versi:
(26.2.2023 naufragio a Steccato di Cutro)
La parola
quella vera
si rifiutò di raccontare la mattanza
finanche il mare che divorò incubi
sogni
e la barchetta di carta
preferì dipingerla la morte
di turchese
e chiese ai cormorani
di costruire una cattedrale fluida
maestosa
sul tortuoso labirinto marino.
Ditelo domani alla gente comune
che dai resti di un naufragio
e cento morti
il mondo eresse monumenti all’accoglienza
flagrò in commosse celebrazioni
ma solo al largo
nei cerchi d’acqua più cristallina
risuona ancora il grido annegato

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