A Febbraio presentiamo un giovane autore di area milanese: Davide Romagnoli. Non è necessario per gli addetti ai lavoro ribadire quanto il dialetto milanese abbia dato alla poesia italiana, a partire da Bonvesin de la Riva a Carlo Porta, da Delio Tessa a Franco Loi, recentemente scomparso. Davide evidentemente ha attinto da una così ricca tradizione, in particolare dalla frequentazione di quest’ultimo autore, riuscendo a trovare una voce propria distintiva, condizione necessaria per potersi definire poeti. Lo presentiamo attraverso una nota critica di Milo de Angelis. Buona lettura!
Alfredo Panetta
Curênt
Curênt significa corrente e nessun titolo può essere
più giusto per la poesia di Davide Romagnoli, che
scrive in milanese e rappresenta un universo in perenne movimento, una corrente
di volti e stagioni, un flusso ininterrotto di ricordi, un hinterland cittadino
nel tempo dei juke-box, del tip-tap, delle mille lire e della domenica
sportiva, azioni e consuetudini di vita quotidiana, colte però in una penombra
trascendente. Qui la vita sembra guardata dal finestrino di un treno che si
muove con lentezza e ci lascia il tempo di osservare a fondo, ricordare e
custodire dentro di noi le verità cruciali, mettendo da parte i dettagli. E il
movimento è circolare come quello della giostra (immagine importante) che alla
fine del suo giro ritrova il punto di partenza e ogni volta rinnova la visione
delle cose con uno sguardo più attento e concentrato, scopre nuove scene della
vita del borgo: i signori con i bei cappelli, i giochi con le carte, le
preghiere alle madonne di paese, la moglie del mago o del disperato, tutte le
abitudini e le stranezze di una piccola comunità, osservata con una vena
malinconica e fortemente elegiaca. La malinconia è infatti una nota dominante
di questo libro, in tutta la gamma delle sue intonazioni: malinconia fiabesca
di un quadro di Chagall, dove la vita viene scrutata dall’alto; malinconia
sapiente degli anni che passano e ripetono il rondò delle stagioni; malinconia
tremante delle cose invocate in silenzio; malinconia solitaria di addormentarsi
alla sera immaginando un’esistenza diversa; malinconia nascente di sentire il
profumo di quello che c’era e ci sarà ancora; malinconia metafisica di
percepire “l’eternità del nostro essere mortali”, scrive Davide Romagnoli in un
verso memorabile.
E questa vena elegiaca innesta nella sua poesia un ritmo di giornate che si ripetono identiche - il rito del bar, della partita, della tavola apparecchiata o del bicchiere sempre pieno - ma nascondono nel loro grumo più intimo un’inquietudine profonda, il senso di qualcosa che sfugge e non potrà più tornare, la percezione che la realtà è inconsistente, friabile, mercuriale, scivola via tra compleanni e matrimoni senza lasciare una traccia duratura. E forse, continua Davide, il compito della poesia è proprio quello di fermare questo flusso e imprimere il sigillo di una parola provvidenziale, come l’immagine bellissima dell’altalena che dondola silenziosa in mezzo alle case e ci fa sentire tutta la forza della sua e della nostra solitudine.
Milo De Angelis
Una sinfunia de silensi, una quieta ruina
nel timûr che vegn dopu el refrain del piöv:
el
mund nnegâ in un ciâr nebiûs
che’l
resta a difend i mister buffâ de natüra.
Un
temp balerin frances, i gutt del piöv
adess
riposen süi föj, un spetacul silensiûs:
una
lacrima l’è adess un prisma, che tegn la lüs,
nel
sò brasciass baluginûs ghe un spetacul celestial.
L’aria,
pesant del prufüm de tera nassüda növa,
la
porta i suspir d’un suris, d’una quiet legera
inscì
finiss el tempural, in un cress de deslinguass.
El
timid guardà del su el sbircia in chel vêl
e
trà là una cansun d’umber su la tera bagnada
Inturna
i noster câ, i noster öcc de vede
Una
sinfonia di silenzio, una tranquilla rovina,
Nel
timore che segue il refrain della pioggia,
Il
mondo immerso in una lucentezza nebbiosa,
che
abbraccia ancora a sé i segreti sussurrati di natura.
Un
tempo ballerine francesi, le gocce di pioggia,
Ora
riposano sulle foglie, uno spettacolo silenzioso,
Ogni
lacrima ora è un prisma, che trattiene la luce:
nel
loro abbraccio traslucido c’è uno spettacolo celestiale.
L'aria,
pesante del profumo della rinascita della terra,
porta
sussurri di un sorriso, di una pace leggera
così
finisce la tempesta, in un crescendo di dissolvenza.
Il
timido sguardo del sole sbircia attraverso il velo,
gettando
un’ode silenziosa di ombre sulla terra bagnata.
Intorno
le nostre case, il nostro sguardo vitreo.
Dundula
l'altalena in mess ai câ
i câ, i câ, che enn mai a sè, culurâ
cun i culûr d'i fenester, grîs o trücâ,
cui tênd sbandunâ dal vent. Quj câ
sensa vergogna, sensa lüs de vêr, inscì
luntan d’i alter câ, inscì luntan d'i alter citâ
inscì luntan da tütt che tütt el par istèss.
La dundula lì l’altalena, in mess ai câ,
quj cà che canten i cant de nott d'inverna
e i sò uciâ de veder guarden fiss el ball i sò cadèn
invidiûs, i sò cavej moss dal vent che passa:
a mò de spirit o de fantasma, le, cul ritmo
de'n respîr sulitari, fiûr de anema grisa,
inscì grisa, de un grîs che lüsiss, altalena,
lì, in mess ai port, sbandunâda de par lè
suta aj fenester, amò a drè a cingulà el vöj:
el saûr de rüsen, propri lì, sü la sò lengua
o de sal, si, o de 'na qualsiasi ferida verta.
Dondola
l'altalena in mezzo alle case
le case, le case, che non bastano mai, colorate
con i colori delle finestre grigie o truccate
con le tende abbandonate dal vento. Quelle case
senza vergogna, senza alcuna luce di vero, così
lontane dalle altre case, così lontane dalle altre città
così lontane da tutto che tutto sembra lo stesso.
Dondola lì l’altalena, in mezzo alle case,
quelle case che cantano i canti delle notti d'inverno
e i loro occhiali di vetro fissano il ballo delle sue catene
invidiosi, e i suoi capelli mossi dal vento che passa:
come spirito o fantasma, lei, col ritmo
di un respiro solitario, fiore di anima grigia,
così grigia, di un grigio che luccica, altalena,
lì, in mezzo alle porte, abbandonata a se stessa
sotto le finestre, ancora cigolando il vuoto:
il sapore di ruggine, proprio lì, sulla sua lingua
o di sale, si, o di una qualsiasi ferita aperta.
In quel che pâr ciâr celest, la lüs
la scarliga a cascada
la passa in taul de veder, dai vestì
de latt,
la se durmenta sul burd di serenâ
silensiûs
due mingherlin bàlen i umber, gentil
ne la sera.
Ciascün râg sbarluscent, ciascün
respir svelt
o musa che te pödet cumprend, cun
belessa scunduda
ciciaren visin, sul giög trasparent
de la finestra
una müseca che par roba d’angel
ciuchè.
Oh, cume el ciâr, quand ch’el vör,
el se mis’cia duls
ai vestì del tramunt, se brascen
fredej
cui mister tegnü in una grassia pur
semper inquieta
e in chel rifless ch’el se fa de lüs
suspesa
fiö smaniûs de druà i mister, tüti i
cör
un pü malâ proven amò a rüba un
sunett
a’n
qualsiasi diu del câs.
In quello che pare bagliore celeste,
la luce cade a cascata,
attraverso lastre di vetro, dai
vestiti opalescenti,
si addormenta sulle sponde di
serenate silenziose,
dove gracili danzano le ombre,
gentili nel crepuscolo.
Ogni raggio scintillante, ogni un
sospiro fugace,
o musa che puoi capire, con fascino
velato,
sussurrano vicino, sul gioco traslucido
della finestra
una musica che sembra cosa d’angeli
ubriachi.
Oh, come la luminescenza, quando
vuole, si intreccia dolce
ai veli del crepuscolo, in tenero
abbraccio fraterno,
coi segreti custoditi in una grazia
però sempre inquieta.
In questo riflesso che si fa di
eterna luce sospesa
morboso figlio del consumo di
mistero, ogni cuore
un po’ malato cerca ancora di rubare
un sonetto
a
qualsiasi dio del caso.
Davide
Romagnoli (1988) è uno scrittore della provincia di Milano. Di formazione
letteraria (Università Statale di Milano) e critico-giornalistica (Accademia
Silvio D’Amico Roma), lavora come insegnante di letteratura italiana e come giornalista musicale e letterario su web
e rivista, oltre a scrivere sceneggiature e opere di saggistica.
Come
autore ha pubblicato due raccolte di poesie in dialetto milanese, El Silensi d'i Föj Druâ (Marco Saya
Edizioni, 2018), vincitrice di numerosi premi letterari tra cui il Premio
Gozzano 2020, e Curênt (Marco Saya Edizioni, 2024), e la
monografia cinematografica "Sineddoche,
Charlie Kaufman" (Falso Piano, 2020).
Come
traduttore ha pubblicato C. Mackintosh, Hostage
(SEM, 2021).
E’
fondatore e principale compositore del progetto musicale Goodbye, Kings.
nel
timûr che vegn dopu el refrain del piöv:
el
mund nnegâ in un ciâr nebiûs
che’l
resta a difend i mister buffâ de natüra.
Un
temp balerin frances, i gutt del piöv
adess
riposen süi föj, un spetacul silensiûs:
una
lacrima l’è adess un prisma, che tegn la lüs,
nel
sò brasciass baluginûs ghe un spetacul celestial.
L’aria,
pesant del prufüm de tera nassüda növa,
la
porta i suspir d’un suris, d’una quiet legera
inscì
finiss el tempural, in un cress de deslinguass.
El
timid guardà del su el sbircia in chel vêl
e
trà là una cansun d’umber su la tera bagnada
Inturna
i noster câ, i noster öcc de vede
Una
sinfonia di silenzio, una tranquilla rovina,
Nel
timore che segue il refrain della pioggia,
Il
mondo immerso in una lucentezza nebbiosa,
che
abbraccia ancora a sé i segreti sussurrati di natura.
Un
tempo ballerine francesi, le gocce di pioggia,
Ora
riposano sulle foglie, uno spettacolo silenzioso,
Ogni
lacrima ora è un prisma, che trattiene la luce:
nel
loro abbraccio traslucido c’è uno spettacolo celestiale.
L'aria,
pesante del profumo della rinascita della terra,
porta
sussurri di un sorriso, di una pace leggera
così
finisce la tempesta, in un crescendo di dissolvenza.
Il
timido sguardo del sole sbircia attraverso il velo,
gettando
un’ode silenziosa di ombre sulla terra bagnata.
Intorno
le nostre case, il nostro sguardo vitreo.
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