domenica 2 marzo 2025

DIALETTO E VOCI AUTENTICHE: Davide Romagnoli

 

A Febbraio presentiamo un giovane autore di area milanese: Davide Romagnoli. Non è necessario per gli addetti ai lavoro ribadire quanto il dialetto milanese abbia dato alla poesia italiana, a partire da Bonvesin de la Riva a Carlo Porta, da Delio Tessa a Franco Loi, recentemente scomparso. Davide evidentemente ha attinto da una così ricca tradizione, in particolare dalla frequentazione di quest’ultimo autore, riuscendo a trovare una voce propria distintiva, condizione necessaria per potersi definire poeti. Lo presentiamo attraverso una nota critica di Milo de Angelis. Buona lettura!

                                                               Alfredo   Panetta

Curênt

Curênt significa corrente e nessun titolo può essere più giusto per la poesia di Davide Romagnoli, che scrive in milanese e rappresenta un universo in perenne movimento, una corrente di volti e stagioni, un flusso ininterrotto di ricordi, un hinterland cittadino nel tempo dei juke-box, del tip-tap, delle mille lire e della domenica sportiva, azioni e consuetudini di vita quotidiana, colte però in una penombra trascendente. Qui la vita sembra guardata dal finestrino di un treno che si muove con lentezza e ci lascia il tempo di osservare a fondo, ricordare e custodire dentro di noi le verità cruciali, mettendo da parte i dettagli. E il movimento è circolare come quello della giostra (immagine importante) che alla fine del suo giro ritrova il punto di partenza e ogni volta rinnova la visione delle cose con uno sguardo più attento e concentrato, scopre nuove scene della vita del borgo: i signori con i bei cappelli, i giochi con le carte, le preghiere alle madonne di paese, la moglie del mago o del disperato, tutte le abitudini e le stranezze di una piccola comunità, osservata con una vena malinconica e fortemente elegiaca. La malinconia è infatti una nota dominante di questo libro, in tutta la gamma delle sue intonazioni: malinconia fiabesca di un quadro di Chagall, dove la vita viene scrutata dall’alto; malinconia sapiente degli anni che passano e ripetono il rondò delle stagioni; malinconia tremante delle cose invocate in silenzio; malinconia solitaria di addormentarsi alla sera immaginando un’esistenza diversa; malinconia nascente di sentire il profumo di quello che c’era e ci sarà ancora; malinconia metafisica di percepire “l’eternità del nostro essere mortali”, scrive Davide Romagnoli in un verso memorabile.

 E questa vena elegiaca innesta nella sua poesia un ritmo di giornate che si ripetono identiche - il rito del bar, della partita, della tavola apparecchiata o del bicchiere sempre pieno - ma nascondono nel loro grumo più intimo un’inquietudine profonda, il senso di qualcosa che sfugge e non potrà più tornare, la percezione che la realtà è inconsistente, friabile, mercuriale, scivola via tra compleanni e matrimoni senza lasciare una traccia duratura. E forse, continua Davide, il compito della poesia è proprio quello di fermare questo flusso e imprimere il sigillo di una parola provvidenziale, come l’immagine bellissima dell’altalena che dondola silenziosa in mezzo alle case e ci fa sentire tutta la forza della sua e della nostra solitudine.


Milo De Angelis

 

Una sinfunia de silensi, una quieta ruina

nel timûr che vegn dopu el refrain del piöv:

el mund nnegâ in un ciâr nebiûs

che’l resta a difend i mister buffâ de natüra.

 

Un temp balerin frances, i gutt del piöv

adess riposen süi föj, un spetacul silensiûs:

una lacrima l’è adess un prisma, che tegn la lüs,

nel sò brasciass baluginûs ghe un spetacul celestial.

 

L’aria, pesant del prufüm de tera nassüda növa,

la porta i suspir d’un suris, d’una quiet legera

inscì finiss el tempural, in un cress de deslinguass.

 

El timid guardà del su el sbircia in chel vêl

e trà là una cansun d’umber su la tera bagnada

Inturna i noster câ, i noster öcc de vede

 

 

 

Una sinfonia di silenzio, una tranquilla rovina,

Nel timore che segue il refrain della pioggia,

Il mondo immerso in una lucentezza nebbiosa,

che abbraccia ancora a sé i segreti sussurrati di natura.

 

Un tempo ballerine francesi, le gocce di pioggia,

Ora riposano sulle foglie, uno spettacolo silenzioso,

Ogni lacrima ora è un prisma, che trattiene la luce:

nel loro abbraccio traslucido c’è uno spettacolo celestiale.

 

L'aria, pesante del profumo della rinascita della terra,

porta sussurri di un sorriso, di una pace leggera

così finisce la tempesta, in un crescendo di dissolvenza.

 

Il timido sguardo del sole sbircia attraverso il velo,

gettando un’ode silenziosa di ombre sulla terra bagnata.

Intorno le nostre case, il nostro sguardo vitreo.



Dundula l'altalena in mess ai câ
i câ, i câ, che enn mai a sè, culurâ
cun i culûr d'i fenester, grîs o trücâ,
cui tênd sbandunâ dal vent. Quj câ
sensa vergogna, sensa lüs de vêr, inscì
luntan d’i alter câ, inscì luntan d'i alter citâ
inscì luntan da tütt che tütt el par istèss.
La dundula lì l’altalena, in mess ai câ,
quj cà che canten i cant de nott d'inverna
e i sò uciâ de veder guarden fiss el ball i sò cadèn
invidiûs, i sò cavej moss dal vent che passa:
a mò de spirit o de fantasma, le, cul ritmo
de'n respîr sulitari, fiûr de anema grisa,
inscì grisa, de un grîs che lüsiss, altalena,
lì, in mess ai port, sbandunâda de par lè
suta aj fenester, amò a drè a cingulà el vöj:
el saûr de rüsen, propri lì, sü la sò lengua
o de sal, si, o de 'na qualsiasi ferida verta.

 

 

  

Dondola l'altalena in mezzo alle case
le case, le case, che non bastano mai, colorate
con i colori delle finestre grigie o truccate
con le tende abbandonate dal vento. Quelle case
senza vergogna, senza alcuna luce di vero, così
lontane dalle altre case, così lontane dalle altre città
così lontane da tutto che tutto sembra lo stesso.
Dondola lì l’altalena, in mezzo alle case,
quelle case che cantano i canti delle notti d'inverno
e i loro occhiali di vetro fissano il ballo delle sue catene
invidiosi, e i suoi capelli mossi dal vento che passa:
come spirito o fantasma, lei, col ritmo
di un respiro solitario, fiore di anima grigia,
così grigia, di un grigio che luccica, altalena,
lì, in mezzo alle porte, abbandonata a se stessa
sotto le finestre, ancora cigolando il vuoto:
il sapore di ruggine, proprio lì, sulla sua lingua
o di sale, si, o di una qualsiasi ferita aperta.




In quel che pâr ciâr celest, la lüs la scarliga a cascada

la passa in taul de veder, dai vestì de latt,

la se durmenta sul burd di serenâ silensiûs

due mingherlin bàlen i umber, gentil ne la sera.

 

Ciascün râg sbarluscent, ciascün respir svelt

o musa che te pödet cumprend, cun belessa scunduda

ciciaren visin, sul giög trasparent de la finestra

una müseca che par roba d’angel ciuchè.

 

Oh, cume el ciâr, quand ch’el vör, el se mis’cia duls

ai vestì del tramunt, se brascen fredej

cui mister tegnü in una grassia pur semper inquieta

 

e in chel rifless ch’el se fa de lüs suspesa

fiö smaniûs de druà i mister, tüti i cör

un pü malâ proven amò a rüba un sunett

                   a’n qualsiasi diu del câs.

 

 


 

In quello che pare bagliore celeste, la luce cade a cascata,

attraverso lastre di vetro, dai vestiti opalescenti,

si addormenta sulle sponde di serenate silenziose,

dove gracili danzano le ombre, gentili nel crepuscolo.

 

Ogni raggio scintillante, ogni un sospiro fugace,

o musa che puoi capire, con fascino velato,

sussurrano vicino, sul gioco traslucido della finestra

una musica che sembra cosa d’angeli ubriachi.

 

Oh, come la luminescenza, quando vuole, si intreccia dolce

ai veli del crepuscolo, in tenero abbraccio fraterno,

coi segreti custoditi in una grazia però sempre inquieta.

 

In questo riflesso che si fa di eterna luce sospesa

morboso figlio del consumo di mistero, ogni cuore

un po’ malato cerca ancora di rubare un sonetto

                            a qualsiasi dio del caso.

 

  

Davide Romagnoli (1988) è uno scrittore della provincia di Milano. Di formazione letteraria (Università Statale di Milano) e critico-giornalistica (Accademia Silvio D’Amico Roma), lavora come insegnante di letteratura italiana e  come giornalista musicale e letterario su web e rivista, oltre a scrivere sceneggiature e opere di saggistica.

Come autore ha pubblicato due raccolte di poesie in dialetto milanese, El Silensi d'i Föj Druâ (Marco Saya Edizioni, 2018), vincitrice di numerosi premi letterari tra cui il Premio Gozzano 2020, e Curênt (Marco Saya Edizioni, 2024), e la monografia cinematografica "Sineddoche, Charlie Kaufman" (Falso Piano, 2020).

Come traduttore ha pubblicato C. Mackintosh, Hostage (SEM, 2021).

E’ fondatore e principale compositore del progetto musicale Goodbye, Kings.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

nel timûr che vegn dopu el refrain del piöv:

el mund nnegâ in un ciâr nebiûs

che’l resta a difend i mister buffâ de natüra.

 

Un temp balerin frances, i gutt del piöv

adess riposen süi föj, un spetacul silensiûs:

una lacrima l’è adess un prisma, che tegn la lüs,

nel sò brasciass baluginûs ghe un spetacul celestial.

 

L’aria, pesant del prufüm de tera nassüda növa,

la porta i suspir d’un suris, d’una quiet legera

inscì finiss el tempural, in un cress de deslinguass.

 

El timid guardà del su el sbircia in chel vêl

e trà là una cansun d’umber su la tera bagnada

Inturna i noster câ, i noster öcc de vede

 

 

 

Una sinfonia di silenzio, una tranquilla rovina,

Nel timore che segue il refrain della pioggia,

Il mondo immerso in una lucentezza nebbiosa,

che abbraccia ancora a sé i segreti sussurrati di natura.

 

Un tempo ballerine francesi, le gocce di pioggia,

Ora riposano sulle foglie, uno spettacolo silenzioso,

Ogni lacrima ora è un prisma, che trattiene la luce:

nel loro abbraccio traslucido c’è uno spettacolo celestiale.

 

L'aria, pesante del profumo della rinascita della terra,

porta sussurri di un sorriso, di una pace leggera

così finisce la tempesta, in un crescendo di dissolvenza.

 

Il timido sguardo del sole sbircia attraverso il velo,

gettando un’ode silenziosa di ombre sulla terra bagnata.

Intorno le nostre case, il nostro sguardo vitreo.

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