Lucia Triolo: Dislocazione. Per una fenomenologia della depressione.
A cura di Cinzia
Marulli. Edizioni Progetto cultura. Novembre 2024
Depressione: la speranza del verso
Ha
senso, ed eventualmente quanto, brandire sulla penna la punta disarmata del
verso per opporsi ai mali del secolo? Se il verso ha una voce, se è voce umana,
può dentro una gola trasformarsi in urlo?
Non
intendo rispondere a questa domanda. “Com’era piccola quella gola/per quell’urlo”,
si legge nel testo. La sproporzione regna e non va presa di petto.
Intendo
piuttosto nascondermi dietro il male che avanza. Lascio che vada in scena, che
reciti la sua parte. Del resto, come impedirlo? Ma il verso lo incalza da
dietro. Pieno di speranza gli si attacca alle spalle nel tentativo di
disarcionarlo dal cavallo dell’oggi e farlo stramazzare per terra. Lei, la
protagonista è dannata, perché dannata è la depressione: la sentenza che la
condanna è già stata emessa
“Le
piombava addosso il respiro
della
stanza
entrato
col gelo di cancelli chiusi in notti abbracciate
e
perdute
sempre
a caccia di mura disilluse tra cui nascondere
peccati
e vergogna”
E’
del resto, atto di incoscienza poetica osare addentrarsi nell'antro spettrale
della depressione: esperire nel verso la caduta del desiderio, la solitudine
con se stessi, l' espropriazione di sé. Il male di vivere è perdita di identità. In certo senso, non solo
la propria ma anche quella degli altri
“sui mobili di casa
foto tutte senza volto
somigliare a qualcuno
che non si conosce
…
la propria preistoria
senza fattezze”
Se,
come nel caso della depressione, la perdita di identità diventa sofferenza e
pericolo sociale, occorre affrontarla anche se non se ne hanno i mezzi
adeguati. Non si può aspettare più. Da qui la necessità di scendere in campo:
la poesia deve talvolta accettare di essere incosciente, come lo è un atto di
coraggio. Questa incoscienza la si deve all’umano di cui parla, se si vuole che
questo umano sia ciò che davvero la sostanzia e non invece solo l’aria di cui
intride la penna e si riempie la bocca. E’ per questo che tra l’ Ante
litteram e l’Epilogo si disegna una sorta di cornice volta a mettere
il dito dentro il dolore del male di vivere, meglio, di prenderlo subito in
mano (“Cosa ne sai di una disperazione che/procede/ammobiliando il volto/con
oggetti rotti?”), per accendervi la dolce follia della speranza (“ricorda/ il
tuo sogno/era di stirpe regale/…/ dillo ai tuoi figli/ perché imparino…/e ti
riportino a casa”)
La
spoglia
Dentro
questa cornice, i cinque movimenti che scandiscono la raccolta prendono le
mosse da una rottura sanguinante: ne sono protagonisti l’io e una spoglia
dislocata che giace nel suo letto. Un dualismo inscindibile che, nel testo,
attraversa e modula l’intero percorso della depressione. Della sua spoglia,
l’io si accorge come della sua orribile ombra. Irrimediabilmente
spezzato, non si vede più se non in ciò che di esso resta: il “frammento di un’ombra/che ridiventava di
nuovo ogni volta/
un
intero me”
Il
sintomo perspicuo di questo dualismo è il suo incessante martellamento nella
coscienza di chi ne soffre. Anzitutto, muovendo dal suo sguardo, che si traduce
in una trappola infernale
“Ah
quei burloni
cosa
guardano, cosa
guardano
gli
specchi,
di
chi sono quegli occhi?
Al
cospetto della spoglia che giace nel suo letto, l’io percorre una sorta di
giornata metafisica che riflette i sentieri del suo dolore
-
Risveglio: “ritratto mal riuscito/il volto della sua notte”
-
Affrontarsi: “affrontarsi/ diventava sempre più/…/scagliarsi contro”
-
Evitarsi: “come fare per evitarsi?/Era lei il belvedere da
cui/ si osservava
-
Pensieri: “chi ha pesato, chi ha pensato/ i miei pensieri/?”
-
Ragnatele: “la spoglia…/se ne era alla fine accorta/ delle ragnatele
nel cervello/…/ne tenevano assieme i frammenti”
La
fuga, certo, è preclusa. Il ricorso ad Eliot che apre ognuno dei movimenti, lo
fa presente inesorabilmente. Non lo è però la capacità di amare. E’ questo il
filo sottile da tenere in mano e non lasciar cadere nel vuoto perché, ad onta
del suo male, la spoglia lo ha nel cuore
“non
cedere di amare/
mi
sono allontanata/
solo
per un momento”
La
ricerca dell’identità
In
questa condizione di corpo-non corpo, di intreccio con un destino avverso “cui
il laccio da scarpe/ricorda/cammini senza misericordia”, il rischio è quello di
perdere la voglia di interagire, di relazionarsi. Di perdere purtroppo la
partita. E’ ciò che spesso accade. La spoglia
“in
combutta con la casualità
incubava
la propria fine
tutt’uno
alludere
ai suoi modelli
confezionarla
da sarto taglia e cuci
come
un abito su misura
già
colluso con le sue tarme
e
poi dire ‘non mi sta, non ci sto’ ”
Contro
questo rischio si alza la voce del verso. Dall’esterno essa coglie che, se “spoglia”
e “dislocata” sono il fulcro di questo male di vivere, la traccia dell’io
perduto fa comunque capolino. Nell’abbandono, nel ribaltamento dell’identità in
solitudine. Ma fa capolino quasi a chiedere e invogliarne il recupero. Ed
appunto l’identità perduta grida: “mi sono allontanata solo per un momento”. E’
qui, credo, che, come accennavo all’inizio, anche il verso può giocare la sua
partita. Spasmodica sarà la sua attenzione ad accogliere nella propria voce
uno slancio irrefrenabile verso coloro che si fanno urlo, a loro volta, per
mancanza di identità. Di essi la poesia cerca di intercettare lo sguardo vuoto,
di dir loro ‘non siete soli: un amore sa di voi e vi pretende’. C'è in poesia
l' urgenza di relazionarsi a chi è soffocato dalle maschere. Senza corpo e, lo
si è detto, incosciente com’è di se stesso, l'atto poetico cerca di abbracciare
l’ incoscienza di una depressione che calpesta, oggi più che
mai, le strade del mondo lastricate di dolore; cerca nelle maschere, il corpo
di chi la vive e ...
non
sa bene cosa altro cerchi e nemmeno vuol saperlo.
Qualcosa,
spera, troverà.
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