domenica 2 marzo 2025

UN LIBRO IN TRE PAROLE - Lucia Triolo

 

 Lucia Triolo: Dislocazione. Per una fenomenologia della depressione.

A cura di Cinzia Marulli. Edizioni Progetto cultura. Novembre 2024

 

 Depressione: la speranza del verso

 

Ha senso, ed eventualmente quanto, brandire sulla penna la punta disarmata del verso per opporsi ai mali del secolo? Se il verso ha una voce, se è voce umana, può dentro una gola trasformarsi in urlo?

Non intendo rispondere a questa domanda. “Com’era piccola quella gola/per quell’urlo”, si legge nel testo. La sproporzione regna e non va presa di petto.

Intendo piuttosto nascondermi dietro il male che avanza. Lascio che vada in scena, che reciti la sua parte. Del resto, come impedirlo? Ma il verso lo incalza da dietro. Pieno di speranza gli si attacca alle spalle nel tentativo di disarcionarlo dal cavallo dell’oggi e farlo stramazzare per terra. Lei, la protagonista è dannata, perché dannata è la depressione: la sentenza che la condanna è già stata emessa

 

“Le piombava addosso il respiro

della stanza

entrato col gelo di cancelli chiusi in notti abbracciate

e perdute

sempre a caccia di mura disilluse tra cui nascondere

peccati e vergogna”

 

E’ del resto, atto di incoscienza poetica osare addentrarsi nell'antro spettrale della depressione: esperire nel verso la caduta del desiderio, la solitudine con se stessi, l' espropriazione di sé. Il male di vivere è perdita di identità. In certo senso, non solo la propria ma anche quella degli altri

 

“sui mobili di casa

foto tutte senza volto

somigliare a qualcuno

che non si conosce

la propria preistoria

senza fattezze”

 

Se, come nel caso della depressione, la perdita di identità diventa sofferenza e pericolo sociale, occorre affrontarla anche se non se ne hanno i mezzi adeguati. Non si può aspettare più. Da qui la necessità di scendere in campo: la poesia deve talvolta accettare di essere incosciente, come lo è un atto di coraggio. Questa incoscienza la si deve all’umano di cui parla, se si vuole che questo umano sia ciò che davvero la sostanzia e non invece solo l’aria di cui intride la penna e si riempie la bocca. E’ per questo che tra l’ Ante litteram e l’Epilogo si disegna una sorta di cornice volta a mettere il dito dentro il dolore del male di vivere, meglio, di prenderlo subito in mano (“Cosa ne sai di una disperazione che/procede/ammobiliando il volto/con oggetti rotti?”), per accendervi la dolce follia della speranza (“ricorda/ il tuo sogno/era di stirpe regale/…/ dillo ai tuoi figli/ perché imparino…/e ti riportino a casa”)

 

 

La spoglia

 

Dentro questa cornice, i cinque movimenti che scandiscono la raccolta prendono le mosse da una rottura sanguinante: ne sono protagonisti l’io e una spoglia dislocata che giace nel suo letto. Un dualismo inscindibile che, nel testo, attraversa e modula l’intero percorso della depressione. Della sua spoglia, l’io si accorge come della sua orribile ombra. Irrimediabilmente spezzato, non si vede più se non in ciò che di esso resta: il  “frammento di un’ombra/che ridiventava di nuovo ogni volta/

un intero me

Il sintomo perspicuo di questo dualismo è il suo incessante martellamento nella coscienza di chi ne soffre. Anzitutto, muovendo dal suo sguardo, che si traduce in una trappola infernale

 

“Ah quei burloni

cosa guardano, cosa

                        guardano

gli specchi,

di chi sono quegli occhi?

 

Al cospetto della spoglia che giace nel suo letto, l’io percorre una sorta di giornata metafisica che riflette i sentieri del suo dolore

-     Risveglio: “ritratto mal riuscito/il volto della sua notte”

-     Affrontarsi: “affrontarsi/ diventava sempre più/…/scagliarsi contro”

-     Evitarsi: “come fare per evitarsi?/Era lei il belvedere da cui/ si osservava

-     Pensieri: “chi ha pesato, chi ha pensato/ i miei pensieri/?”

-     Ragnatele: “la spoglia…/se ne era alla fine accorta/ delle ragnatele nel cervello/…/ne tenevano assieme i frammenti”

 

La fuga, certo, è preclusa. Il ricorso ad Eliot che apre ognuno dei movimenti, lo fa presente inesorabilmente. Non lo è però la capacità di amare. E’ questo il filo sottile da tenere in mano e non lasciar cadere nel vuoto perché, ad onta del suo male, la spoglia lo ha nel cuore

 

“non cedere di amare/

mi sono allontanata/

solo per un momento”

 

 

La ricerca dell’identità

 

In questa condizione di corpo-non corpo, di intreccio con un destino avverso “cui il laccio da scarpe/ricorda/cammini senza misericordia”, il rischio è quello di perdere la voglia di interagire, di relazionarsi. Di perdere purtroppo la partita. E’ ciò che spesso accade. La spoglia

 

“in combutta con la casualità

incubava la propria fine

 

tutt’uno

alludere ai suoi modelli

confezionarla da sarto taglia e cuci

come un abito su misura

già colluso con le sue tarme

e poi dire ‘non mi sta, non ci sto’ ”

 

Contro questo rischio si alza la voce del verso. Dall’esterno essa coglie che, se “spoglia” e “dislocata” sono il fulcro di questo male di vivere, la traccia dell’io perduto fa comunque capolino. Nell’abbandono, nel ribaltamento dell’identità in solitudine. Ma fa capolino quasi a chiedere e invogliarne il recupero. Ed appunto l’identità perduta grida: “mi sono allontanata solo per un momento”. E’ qui, credo, che, come accennavo all’inizio, anche il verso può giocare la sua partita. Spasmodica sarà la sua attenzione ad accogliere nella propria voce uno slancio irrefrenabile verso coloro che si fanno urlo, a loro volta, per mancanza di identità. Di essi la poesia cerca di intercettare lo sguardo vuoto, di dir loro ‘non siete soli: un amore sa di voi e vi pretende’. C'è in poesia l' urgenza di relazionarsi a chi è soffocato dalle maschere. Senza corpo e, lo si è detto, incosciente com’è di se stesso, l'atto poetico cerca di abbracciare lincoscienza di una depressione che calpesta, oggi più che mai, le strade del mondo lastricate di dolore; cerca nelle maschere, il corpo di chi la vive e ...

non sa bene cosa altro cerchi e nemmeno vuol saperlo.

Qualcosa, spera, troverà.

 

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