mercoledì 25 marzo 2026

GEMME TRA LE PIETRE - Maniere Nere di Isabella Leardini- a cura di Ornella Mallo

 


Per quella concatenazione – inconscia o consapevole – che allaccia i poeti tra loro come astri di un’unica costellazione, Isabella Leardini, con le poesie contenute nella raccolta “Maniere nere”, sembra rispondere a Paul Eluard, che pare dicesse: “C’è un altro mondo, ma è in questo.” Infatti, nella sua silloge, Leardini dà voce a ciò che per sua natura non ha voce, né corpo. E per dare un’immagine figurativa al metodo impiegato per raggiungere il risultato prefisso, la Poetessa riminese sceglie la tecnica cartografica della ‘maniera nera’.
Nelle “Note” scritte dall’Autrice a conclusione dell’opera, leggiamo: «La “maniera nera” è una tecnica d’incisione cartografica in cui l’immagine emerge da un opaco fondo scuro, come luce che filtra attraverso il buio. Rispetto ad altre tecniche cartografiche, il procedimento è rovesciato: lavorando con l’invisibile, il visibile si mostra per sottrazione.» E sempre Leardini in un’intervista rilasciata ad Alice Serrao per la rivista “Atelier” dichiara: “La maniera nera lavora una materia fatta di buio, è una tecnica del rovesciamento in cui la visione emerge per sottrazione dall’oscurità. Penso ci sia una riva a cui possiamo camminare accanto per tutta la vita senza mai voltarci, ogni tanto, di sfuggita, capita di intravedere l’invisibile. Credo di essermi voltata, per la gioia di scrivere mi sono avvicinata di un passo al rovescio della vita.”
Questo intento di perscrutare con la scrittura il ‘rovescio della vita’, questo sentire vicinissimo il mondo invisibile, tanto vicino da avvertirne la compenetrazione in quello visibile, assimila Isabella a Cristina Campo, poetessa che sulla decrittazione di una realtà altra che sfugge a una percezione sensoriale, ha incentrato la sua poetica. “Due mondi - e io vengo dall’altro”, scriveva la poetessa bolognese nel “Diario bizantino”, e asseriva: “La maggior parte degli esseri umani è anfibia, cioè appartiene ai due mondi. Si sta in questo, ma capaci di raggiungere l’altro in momenti che è d’uso chiamare ‘di grazia’ – i momenti dell’amore, della creazione o fruizione artistica, o del dolore che totalmente denuda.” Il controcanto di Leardini: “canto che solo conosce / il respiro animato dal suono / di ciò che dentro il suono vive.” Del resto, il rimando a Campo è sotteso nella “Filastrocca sotto il tappeto” contenuta, non a caso, nella sezione “Fortuna”, una delle sette in cui si articola l’opera di Isabella. Come il tappeto, anche il titolo della sezione rimanda a Vittoria Guerrini, vero nome di Campo, e alla centralità della sorte nella sua poetica. Ne “Gli imperdonabili” leggiamo: “A un tappeto di meravigliosa complicazione, del quale il tessitore non mostri che il rovescio – nodoso, confuso – fu da molti poeti, da molti savi, assimilato il destino. Solo dall’altro lato della vita – o per attimi di visione – è dato all’uomo intuire l’altro lato, appunto: l’inconcepibile disegno del quale si fu filo e nodo, bruno e verde accordato ad altro bruno e verde, frammento di figura, parte per il tutto.”
Anche nella poetica di Leardini, il destino, per quanto misterioso e imperscrutabile, viene riconosciuto come arbitro delle sorti degli uomini, e proprio perché indecifrabile e oscuro, occupa un posto rilevante nelle poesie della raccolta: “il destino è un passo storto che ritorna / quasi sempre in traiettoria”, leggiamo. E in un’altra poesia Leardini scrive: “Ieri la fortuna ha disegnato / l’ultimo cerchio sulla sabbia scura / quando l’onda lo avrà tutto mangiato / il tempo sarà pieno e la paura / consegnata al respiro nel vento // il cerchio che non chiude è un battito / di piedi che viene da lontano / […] rimane labirinto senza ingresso / da cui un giorno si dovrà / - per forza – uscire.” L’immagine del ‘labirinto senza ingresso da cui un giorno si dovrà per forza uscire’ esprime efficacemente la condizione esistenziale dell’uomo, che si trova a vivere il suo personale percorso di vita senza sapere da quale ingresso sia mai entrato, e senza conoscere a priori la direzione che prenderà il suo cammino. L’unica certezza è rappresentata dal fatto che un giorno il cammino personale del singolo uomo nel mondo empirico dovrà cessare, per proseguire in un’altra dimensione di cui Leardini avverte la presenza già sulla Terra. Per la Poetessa la vita è eterna, ed ha una ciclicità che non si estingue: a conferma di ciò, è importante citare i versi stralciati dalla quarta poesia di cui si compone la succitata “Filastrocca del tappeto “: “La trama lucente del ragno / può reggere tutto il suo peso, / risale all’indietro nell’aria / ritesse il suo corpo sospeso. // […] Se sapessimo che questa tela / è la trama del nostro sperare / - l’invenzione scongiura la morte / con l’inganno del gioco immortale - // […] Tutto quello che è già generato / può persistere o rigenerare / non c’è niente che vada sprecato / tranne l’ultimo desiderare.”
Il mistero della vita, in Leardini, è pienamente attraversato, con tutta la gamma di dolore, disperazione e paure che il viverlo pienamente comporta, ma non decrittato, semmai rilevato in quanto tale. Esso emerge con tutta la visibilità che la poesia gli conferisce. La lirica che più delle altre esprime tale visione dell’Autrice è “Abominevole mistero”, dove ‘abominevole’ discende da ‘ab omen’, ed è lo “scongiuro che appare / in spregio all’offesa finale”. Il titolo è mutuato da Darwin, che così definì l’improvvisa e inspiegabile comparsa dei fiori - nella fattispecie delle angiosperme - sulla Terra: “Abominevole mistero di ogni cosa / che immotivatamente fiorisce. // Nessuno sa come compare il fiore / mostro del seme, veloce mutazione / che di foglia in foglia si diffonde. […] E se tutto questo fiorire / mistero inesplicabile e mortale / ha sfidato la forza della forma / e nella forma più fragile e sgargiante / ha racchiuso l’inganno di restare // la fossile riprova di un altrove / che forse nasce solo come male / se cresce e se dimostra di durare / indominabile mistero dell’amore / in qualche strano segno nella pietra / avanzerà il diritto di creare.”
Alla tillandsia, che fa parte della famiglia delle angiosperme, e ad altri fiori Leardini dedica la poesia “Per anni”, di centrale importanza per comprendere appieno la sua poetica. I fiori che naturalmente compaiono sulla Terra sono una metafora della resistenza e al contempo della caducità delle creature viventi, dal momento che “Vivono nella muta compagnia / che resiste anche senza volere, / dimostrano quanto sia in fondo / così facile e difficile morire.” Ad essi viene contrapposta la ‘rosa stabilizzata’ che, grazie all’artificio dell’uomo che sostituisce i suoi liquidi con una miscela di colore, profumo e glicerina, sopravvive ai fiori naturali: se da un lato essa è la prova che “l’amore contro ogni contingenza / dura splendido, può stare in una tasca.”, dall’altro è comunque “una testa mozzata”, e dimostra che “per eternare altra vita / devi sostituirla con la vita. // Ci vuole una dose di coraggio / per togliere linfa dalla rosa, / vero fiore, profumata cosa.”, conclude la Poetessa.
L’imbalsamazione cui è sottoposta la rosa stabilizzata in qualche modo evoca il procedimento di mummificazione con cui gli antichi egizi sottraevano i cadaveri alla decomposizione perpetrata dal tempo. E il coleottero cui l’Autrice dedica una poesia, costituisce un preciso richiamo all’antica civiltà egiziana: “Salvezza dei coleotteri / che brillano come anelli miniati / il volo azzurro è il segreto dei morti / chiuso in bocca per poter parlare. // Scopriremo un’antica chiave / per la lingua custodita dagli insetti […]”
Il coleottero, che nell’antico Egitto rappresentava il dio Khepri, ha un profondo significato esoterico simboleggiando la risurrezione, la vittoria della luce sulle tenebre e l’immortalità. Spesso veniva usato come amuleto per il cuore del defunto. Al coleottero Leardini accosta altre figure allegoriche esoteriche, sempre per rimarcare questa sua visione di una vita che non può essere sconfitta: la figura mitologica del serpente arcobaleno, simbolo di fertilità estrapolato dalla cultura aborigena australiana, ad esempio, o della fenice che risorge dalle proprie ceneri. La sezione “Al buio dell’ala” apre infatti con questa poesia altamente significativa: “Al buio dell’ala che ripara / è il risveglio del serpente arcobaleno / nascono le fenici piume / che peseranno meno di un cuore.” Simboleggia ulteriormente questo concetto di vita e morte non contrapposte l’una all’altra, ma parti integranti di una diade in cui ciascuna sfocia nell’altra, il Leone Graograman, uno dei protagonisti della “Storia infinita” di Michael Ende, cui Leardini dedica la poesia “La morte multicolore”, e i significativi versi: “Ogni seme multicolore / cade al centro di una terra bagnata / cresce anche se non è guardata / la pianta bianca della ricreazione.” Ritorna in mente Cristina Campo, che ne “Gli imperdonabili” asseriva: “La perfetta poesia coglie talvolta questo momento della bilancia sospesa, del filo di spada, della punta di remo su cui le antitesi si conciliano. Lo riproduce col suo tono inconfondibile di sapienza antichissima entro cui scorre, prorompe il tripudio infantile.” E i bambini pervadono tutta la silloge “Maniere nere”: è continuo il richiamo all’innocenza dell’infanzia. Se da un lato Cristina Campo asseriva che “I bambini hanno organi misteriosi: di presagio e di corrispondenza”, dall’altro lato le fa eco Leardini quando scrive che solo i bambini additano ‘i fiori perenni’ che ‘durano oltre le soglie’: “Il fiore del non lo so / è puro se lo mettono i bambini / che amano senza sapere […]Delicato, non si mette nel taschino / dei potenti, il fiore del non lo so / è l’amore che ancora ricorda / l’addestramento lontano degli angeli// che insegnano a amare di tutto […]” Sotteso il richiamo anche a  Rilke e alla sua visione degli angeli, intermediari tra la realtà empirica e la trascendenza, e dell’infanzia: scriveva Rilke nel saggio “Sull’arte” che il bambino “Non costringe le cose a stabilirsi. Come una schiera di nomadi oscuri, esse scorrono tra le sue sacre mani come attraverso un arco di trionfo e per un attimo si illuminano alla luce del suo amore, per poi tornare a ottenebrarsi dietro di esso. Ma tutte devono passare attraverso questo amore.”
Per Leardini, come i bambini sono i poeti che “scintillano lontani / che toccano ingenui la morte / e restano convinti che sia il mare.” Neppure i poeti muoiono del tutto: si reincarnano nei ‘morti in pace’ dalle ‘ali leggere’: fanno fatica a dimostrare di non essere come gli altri, i diffidenti ‘li scacciano ancora’, ‘contrappasso del loro lieve volo / essere così tanto fraintesi’.
Del fraintendimento come destino che accomuna i poeti, scriveva anche Antonia Pozzi, che vedeva la poesia come “l’eterno rimorso di non essere compresa.”  E ad Antonia Pozzi, Mariagloria Sears, Virginia Woolf e Sylvia Plath dedica un’intera sottosezione della raccolta, intitolata “I nostri piedi sono stretti nelle scarpe che vogliamo”. Sono tutte poetesse che si sono ribellate al loro destino, scegliendo di morire rispettivamente per terra, per aria, per acqua, per fuoco. La morte, nel loro caso, risponde a una precisa scelta di ricongiungimento ad uno degli elementi primordiali, che è una scelta di libertà, di rifiuto nei confronti di ‘scarpe troppo strette’. Nella volontà determinata di dare visibilità a tutto ciò che per sua natura è invisibile, Leardini dà posto anche alla magia nella sezione che include la parte dedicata alle poetesse suicide: “Le alghe”. Anche in questo caso, la possibilità di rigenerazione viene fortemente affermata: l’alga, oggetto di un gioco in voga tra le bambine negli anni Novanta, immersa nel tè generava altre foglie, dopodiché si lasciava che essiccasse, diventando foglia o sasso. “Non tenetela tra le pagine di un libro”, ammonisce la Poetessa, “portate il suo corpo dove deve.” Questa pratica fu additata come magia nera: nera come la maniera di cui si serve la Poetessa per rendere udibile la voce degli ‘spiriti’, che ‘dormono appesi’ come pipistrelli nelle pieghe della ‘vecchia tenda che divide la casa’: “Alcuni sono uomini grandi / con addosso qualcosa di gentile / altri sono bambini, gli arrabbiati / quelli che non mi vogliono parlare.” “L’albero dei morti bambini / più splendente fiorisce ogni mese / […] germogliare ostinato dell’amore. / Gioco che gira incantato / dove la vita sconosciuta esiste”. Fanno parte della ‘vita sconosciuta’ i ‘non vissuti / che guardano stupiti i non più vivi’, e anche tutte le possibilità scartate, tutto ciò che poteva essere e non è stato, e che perciò resta sospeso in una bolla: “brilla tra le bocche degli altri / la vita non afferrata”, scrive Leardini, “vorrei che fiammeggiassero per sempre / bianchi, delicati, mai visti / gli indicibili acquatici fiori”. Tra questi, l’unico fiore che fiorisce sulla fronte della poetessa, ‘bianco di disperazione’, ossia la poesia: “Felice è chi riesce a fare fiore / con in mano il bulbo chiuso del destino”, scrive Leardini, e in un’altra poesia sulla felicità scrive che “È una cosa che fa il nido / ti dimentichi di averla sotto il tetto. […] preme sotto il davanzale / da dove non ti affacci quasi mai.”
Un altro elemento pervasivo che si riscontra nella silloge è l’acqua, presente sotto forma di mare, o di lacrime, o di liquido amniotico: “A lungo siamo stati nel battito / di un’acqua che non era vera onda / primo inevitabile elemento / che poteva farsi anche mortale.” Dall’acqua proveniamo e all’acqua ritorneremo un giorno: “con i gomiti appoggiati alle finestre / aspetteremo l’arrivo del mare.” Da questa onnipresenza del mare, discende la scelta di dedicare una sezione alla “Danza delle conchiglie”, “forma esanimata del restare”, e un’altra ancora ai “Subacquei”, fiori frutti di stiva “che natura affonda”, e rinascono fenici nella neve. Quanto mai appropriata alla poesia di Leardini, quello che della parola poetica diceva Hilde Domin, poetessa tedesca liminale che reputo assai vicina alla poetessa riminese: la parola è poetica se è capace di transitare dal poeta al lettore al pari di una “foglia che trova mobile sostegno nell’acqua su cui galleggia.”
Se la gran parte dei riferimenti intertestuali rilevati sono sottesi, c’è un riferimento sicuro, citato esplicitamente da Isabella nell’esergo dell’opera, ossia Margherita Guidacci. I versi che aprono l’intera raccolta, infatti, sono tratti da “Altra voce”, in “Morte del ricco: un oratorio”: “Il mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno, / e so che stanno venendo.” Questi stessi versi sono ripresi e personalizzati nella poesia che chiude la sezione “La fortuna”, di cui riporto uno stralcio assai significativo a conclusione della mia disamina: “Il mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno / e ne faranno scorta piano piano / […] In dote un geroglifico nero / che nella sostanza d’inchiostro / terrà la vibrazione più segreta”. Se in Guidacci il cuore viene sbranato e crudelmente consumato dagli altri senza che ne resti nulla, in Leardini viene sì divorato, ma in quanto nutrimento: faranno scorta della sua vibrazione più segreta, racchiusa in una poesia - ancora una volta nero – geroglifico. Ecco, la visione della poesia come geroglifico conferma nuovamente la giustezza dell’accostamento di Leardini a Campo, che ne “Gli imperdonabili” scriveva: “L’attenzione […] opera una scomposizione e ricomposizione del mondo in due momenti diversi e ugualmente reali. […] La poesia che ne nasce […] non potrà che essere […] una poesia geroglifica. […] Ogni parola si offre nei suoi multipli significati”. Cogliamo l’attenzione campiana nella cura della parola sempre elegante e musicale, nell’ascolto di voci inudibili che vengono interpretate e raccolte da Leardini in una poesia metafisica ma non teofanica, nel senso che al trascendente viene data una configurazione assolutamente laica, con una sua precisa etica incentrata sul rispetto della vita in quanto tale, che ha una religiosità tutta sua, connaturata. In un’epoca come la nostra, offesa e profanata da una visione materialistica e nichilista che accresce e giustifica cupidigia, sopraffazione e lotta per la conquista del potere, è più che mai necessario leggere poesie come quelle di Leardini, che suonano come un monito a trascendere la vita visibile, per proiettarsi in un invisibile innervato di bellezza, come quella dei fiori, e di valori, come l’amore, a cui fa continuamente riferimento la poetessa. Dell’altrove Leardini asserisce l’esistenza con tale veemenza e assertività dal rendere la poesia che ne scaturisce, più che onirica e visionaria, una precisa testimonianza.



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