Per quella concatenazione – inconscia o consapevole – che allaccia i poeti tra
loro come astri di un’unica costellazione, Isabella Leardini, con le poesie
contenute nella raccolta “Maniere nere”, sembra rispondere a Paul Eluard, che
pare dicesse: “C’è un altro mondo, ma è in questo.” Infatti, nella sua silloge,
Leardini dà voce a ciò che per sua natura non ha voce, né corpo. E per dare
un’immagine figurativa al metodo impiegato per raggiungere il risultato prefisso,
la Poetessa riminese sceglie la tecnica cartografica della ‘maniera nera’.
Nelle “Note” scritte dall’Autrice a conclusione dell’opera, leggiamo: «La “maniera
nera” è una tecnica d’incisione cartografica in cui l’immagine emerge da un
opaco fondo scuro, come luce che filtra attraverso il buio. Rispetto ad altre
tecniche cartografiche, il procedimento è rovesciato: lavorando con
l’invisibile, il visibile si mostra per sottrazione.» E sempre Leardini in
un’intervista rilasciata ad Alice Serrao per la rivista “Atelier” dichiara: “La
maniera nera lavora una materia fatta di buio, è una tecnica del rovesciamento in
cui la visione emerge per sottrazione dall’oscurità. Penso ci sia una riva a
cui possiamo camminare accanto per tutta la vita senza mai voltarci, ogni
tanto, di sfuggita, capita di intravedere l’invisibile. Credo di essermi
voltata, per la gioia di scrivere mi sono avvicinata di un passo al rovescio
della vita.”
Questo intento di perscrutare con la scrittura il ‘rovescio della vita’, questo
sentire vicinissimo il mondo invisibile, tanto vicino da avvertirne la
compenetrazione in quello visibile, assimila Isabella a Cristina Campo,
poetessa che sulla decrittazione di una realtà altra che sfugge a una
percezione sensoriale, ha incentrato la sua poetica. “Due mondi - e io vengo
dall’altro”, scriveva la poetessa bolognese nel “Diario bizantino”, e asseriva:
“La maggior parte degli esseri umani è anfibia, cioè appartiene ai due mondi.
Si sta in questo, ma capaci di raggiungere l’altro in momenti che è d’uso
chiamare ‘di grazia’ – i momenti dell’amore, della creazione o fruizione
artistica, o del dolore che totalmente denuda.” Il controcanto di Leardini:
“canto che solo conosce / il respiro animato dal suono / di ciò che dentro il
suono vive.” Del resto, il rimando a Campo è sotteso nella “Filastrocca sotto
il tappeto” contenuta, non a caso, nella sezione “Fortuna”, una delle sette in
cui si articola l’opera di Isabella. Come il tappeto, anche il titolo della
sezione rimanda a Vittoria Guerrini, vero nome di Campo, e alla centralità
della sorte nella sua poetica. Ne “Gli imperdonabili” leggiamo: “A un tappeto
di meravigliosa complicazione, del quale il tessitore non mostri che il
rovescio – nodoso, confuso – fu da molti poeti, da molti savi, assimilato il
destino. Solo dall’altro lato della vita – o per attimi di visione – è dato
all’uomo intuire l’altro lato, appunto: l’inconcepibile disegno del quale si fu
filo e nodo, bruno e verde accordato ad altro bruno e verde, frammento di
figura, parte per il tutto.”
Anche nella poetica di Leardini, il destino, per quanto misterioso e
imperscrutabile, viene riconosciuto come arbitro delle sorti degli uomini, e
proprio perché indecifrabile e oscuro, occupa un posto rilevante nelle poesie
della raccolta: “il destino è un passo storto che ritorna / quasi sempre in
traiettoria”, leggiamo. E in un’altra poesia Leardini scrive: “Ieri la fortuna
ha disegnato / l’ultimo cerchio sulla sabbia scura / quando l’onda lo avrà
tutto mangiato / il tempo sarà pieno e la paura / consegnata al respiro nel
vento // il cerchio che non chiude è un battito / di piedi che viene da lontano
/ […] rimane labirinto senza ingresso / da cui un giorno si dovrà / - per forza
– uscire.” L’immagine del ‘labirinto senza ingresso da cui un giorno si dovrà
per forza uscire’ esprime efficacemente la condizione esistenziale dell’uomo,
che si trova a vivere il suo personale percorso di vita senza sapere da quale
ingresso sia mai entrato, e senza conoscere a priori la direzione che prenderà
il suo cammino. L’unica certezza è rappresentata dal fatto che un giorno il
cammino personale del singolo uomo nel mondo empirico dovrà cessare, per
proseguire in un’altra dimensione di cui Leardini avverte la presenza già sulla
Terra. Per la Poetessa la vita è eterna, ed ha una ciclicità che non si
estingue: a conferma di ciò, è importante citare i versi stralciati dalla
quarta poesia di cui si compone la succitata “Filastrocca del tappeto “: “La
trama lucente del ragno / può reggere tutto il suo peso, / risale all’indietro
nell’aria / ritesse il suo corpo sospeso. // […] Se sapessimo che questa tela /
è la trama del nostro sperare / - l’invenzione scongiura la morte / con
l’inganno del gioco immortale - // […] Tutto quello che è già generato / può
persistere o rigenerare / non c’è niente che vada sprecato / tranne l’ultimo
desiderare.”
Il mistero della vita, in Leardini, è pienamente attraversato, con tutta la
gamma di dolore, disperazione e paure che il viverlo pienamente comporta, ma
non decrittato, semmai rilevato in quanto tale. Esso emerge con tutta la
visibilità che la poesia gli conferisce. La lirica che più delle altre esprime
tale visione dell’Autrice è “Abominevole mistero”, dove ‘abominevole’ discende
da ‘ab omen’, ed è lo “scongiuro che appare / in spregio all’offesa finale”. Il
titolo è mutuato da Darwin, che così definì l’improvvisa e inspiegabile
comparsa dei fiori - nella fattispecie delle angiosperme - sulla Terra: “Abominevole
mistero di ogni cosa / che immotivatamente fiorisce. // Nessuno sa come compare
il fiore / mostro del seme, veloce mutazione / che di foglia in foglia si
diffonde. […] E se tutto questo fiorire / mistero inesplicabile e mortale / ha
sfidato la forza della forma / e nella forma più fragile e sgargiante / ha
racchiuso l’inganno di restare // la fossile riprova di un altrove / che forse
nasce solo come male / se cresce e se dimostra di durare / indominabile mistero
dell’amore / in qualche strano segno nella pietra / avanzerà il diritto di
creare.”
Alla tillandsia, che fa parte della famiglia delle angiosperme, e ad altri
fiori Leardini dedica la poesia “Per anni”, di centrale importanza per
comprendere appieno la sua poetica. I fiori che naturalmente compaiono sulla
Terra sono una metafora della resistenza e al contempo della caducità delle
creature viventi, dal momento che “Vivono nella muta compagnia / che resiste
anche senza volere, / dimostrano quanto sia in fondo / così facile e difficile
morire.” Ad essi viene contrapposta la ‘rosa stabilizzata’ che, grazie
all’artificio dell’uomo che sostituisce i suoi liquidi con una miscela di
colore, profumo e glicerina, sopravvive ai fiori naturali: se da un lato essa è
la prova che “l’amore contro ogni contingenza / dura splendido, può stare in
una tasca.”, dall’altro è comunque “una testa mozzata”, e dimostra che “per
eternare altra vita / devi sostituirla con la vita. // Ci vuole una dose di
coraggio / per togliere linfa dalla rosa, / vero fiore, profumata cosa.”,
conclude la Poetessa.
L’imbalsamazione cui è sottoposta la rosa stabilizzata in qualche modo evoca il
procedimento di mummificazione con cui gli antichi egizi sottraevano i cadaveri
alla decomposizione perpetrata dal tempo. E il coleottero cui l’Autrice dedica
una poesia, costituisce un preciso richiamo all’antica civiltà egiziana:
“Salvezza dei coleotteri / che brillano come anelli miniati / il volo azzurro è
il segreto dei morti / chiuso in bocca per poter parlare. // Scopriremo
un’antica chiave / per la lingua custodita dagli insetti […]”
Il coleottero, che nell’antico Egitto rappresentava il dio Khepri, ha un
profondo significato esoterico simboleggiando la risurrezione, la vittoria
della luce sulle tenebre e l’immortalità. Spesso veniva usato come amuleto per
il cuore del defunto. Al coleottero Leardini accosta altre figure allegoriche
esoteriche, sempre per rimarcare questa sua visione di una vita che non può
essere sconfitta: la figura mitologica del serpente arcobaleno, simbolo di
fertilità estrapolato dalla cultura aborigena australiana, ad esempio, o della
fenice che risorge dalle proprie ceneri. La sezione “Al buio dell’ala” apre
infatti con questa poesia altamente significativa: “Al buio dell’ala che ripara
/ è il risveglio del serpente arcobaleno / nascono le fenici piume / che
peseranno meno di un cuore.” Simboleggia ulteriormente questo concetto di vita
e morte non contrapposte l’una all’altra, ma parti integranti di una diade in
cui ciascuna sfocia nell’altra, il Leone Graograman, uno dei protagonisti della
“Storia infinita” di Michael Ende, cui Leardini dedica la poesia “La morte
multicolore”, e i significativi versi: “Ogni seme multicolore / cade al centro
di una terra bagnata / cresce anche se non è guardata / la pianta bianca della
ricreazione.” Ritorna in mente Cristina Campo, che ne “Gli imperdonabili”
asseriva: “La perfetta poesia coglie talvolta questo momento della bilancia
sospesa, del filo di spada, della punta di remo su cui le antitesi si
conciliano. Lo riproduce col suo tono inconfondibile di sapienza antichissima
entro cui scorre, prorompe il tripudio infantile.” E i bambini pervadono tutta
la silloge “Maniere nere”: è continuo il richiamo all’innocenza dell’infanzia.
Se da un lato Cristina Campo asseriva che “I bambini hanno organi misteriosi:
di presagio e di corrispondenza”, dall’altro lato le fa eco Leardini quando
scrive che solo i bambini additano ‘i fiori perenni’ che ‘durano oltre le
soglie’: “Il fiore del non lo so / è puro se lo mettono i bambini / che
amano senza sapere […]Delicato, non si mette nel taschino / dei potenti, il
fiore del non lo so / è l’amore che ancora ricorda / l’addestramento
lontano degli angeli// che insegnano a amare di tutto […]” Sotteso il richiamo
anche a Rilke e alla sua visione degli
angeli, intermediari tra la realtà empirica e la trascendenza, e dell’infanzia:
scriveva Rilke nel saggio “Sull’arte” che il bambino “Non costringe le cose a
stabilirsi. Come una schiera di nomadi oscuri, esse scorrono tra le sue sacre mani
come attraverso un arco di trionfo e per un attimo si illuminano alla luce del
suo amore, per poi tornare a ottenebrarsi dietro di esso. Ma tutte devono
passare attraverso questo amore.”
Per Leardini, come i bambini sono i poeti che “scintillano lontani / che
toccano ingenui la morte / e restano convinti che sia il mare.” Neppure i poeti
muoiono del tutto: si reincarnano nei ‘morti in pace’ dalle ‘ali leggere’:
fanno fatica a dimostrare di non essere come gli altri, i diffidenti ‘li
scacciano ancora’, ‘contrappasso del loro lieve volo / essere così tanto
fraintesi’.
Del fraintendimento come destino che accomuna i poeti, scriveva anche Antonia
Pozzi, che vedeva la poesia come “l’eterno rimorso di non essere compresa.” E ad Antonia Pozzi, Mariagloria Sears,
Virginia Woolf e Sylvia Plath dedica un’intera sottosezione della raccolta,
intitolata “I nostri piedi sono stretti nelle scarpe che vogliamo”. Sono tutte
poetesse che si sono ribellate al loro destino, scegliendo di morire
rispettivamente per terra, per aria, per acqua, per fuoco. La morte, nel loro
caso, risponde a una precisa scelta di ricongiungimento ad uno degli elementi
primordiali, che è una scelta di libertà, di rifiuto nei confronti di ‘scarpe
troppo strette’. Nella volontà determinata di dare visibilità a tutto ciò che
per sua natura è invisibile, Leardini dà posto anche alla magia nella sezione
che include la parte dedicata alle poetesse suicide: “Le alghe”. Anche in
questo caso, la possibilità di rigenerazione viene fortemente affermata:
l’alga, oggetto di un gioco in voga tra le bambine negli anni Novanta, immersa
nel tè generava altre foglie, dopodiché si lasciava che essiccasse, diventando
foglia o sasso. “Non tenetela tra le pagine di un libro”, ammonisce la
Poetessa, “portate il suo corpo dove deve.” Questa pratica fu additata come
magia nera: nera come la maniera di cui si serve la Poetessa per rendere
udibile la voce degli ‘spiriti’, che ‘dormono appesi’ come pipistrelli nelle
pieghe della ‘vecchia tenda che divide la casa’: “Alcuni sono uomini grandi /
con addosso qualcosa di gentile / altri sono bambini, gli arrabbiati / quelli
che non mi vogliono parlare.” “L’albero dei morti bambini / più splendente
fiorisce ogni mese / […] germogliare ostinato dell’amore. / Gioco che gira
incantato / dove la vita sconosciuta esiste”. Fanno parte della ‘vita
sconosciuta’ i ‘non vissuti / che guardano stupiti i non più vivi’, e anche
tutte le possibilità scartate, tutto ciò che poteva essere e non è stato, e che
perciò resta sospeso in una bolla: “brilla tra le bocche degli altri / la vita
non afferrata”, scrive Leardini, “vorrei che fiammeggiassero per sempre /
bianchi, delicati, mai visti / gli indicibili acquatici fiori”. Tra questi,
l’unico fiore che fiorisce sulla fronte della poetessa, ‘bianco di disperazione’,
ossia la poesia: “Felice è chi riesce a fare fiore / con in mano il bulbo
chiuso del destino”, scrive Leardini, e in un’altra poesia sulla felicità scrive
che “È una cosa che fa il nido / ti dimentichi di averla sotto il tetto. […]
preme sotto il davanzale / da dove non ti affacci quasi mai.”
Un altro elemento pervasivo che si riscontra nella silloge è l’acqua, presente
sotto forma di mare, o di lacrime, o di liquido amniotico: “A lungo siamo stati
nel battito / di un’acqua che non era vera onda / primo inevitabile elemento /
che poteva farsi anche mortale.” Dall’acqua proveniamo e all’acqua ritorneremo
un giorno: “con i gomiti appoggiati alle finestre / aspetteremo l’arrivo del
mare.” Da questa onnipresenza del mare, discende la scelta di dedicare una
sezione alla “Danza delle conchiglie”, “forma esanimata del restare”, e
un’altra ancora ai “Subacquei”, fiori frutti di stiva “che natura affonda”, e
rinascono fenici nella neve. Quanto mai appropriata alla poesia di Leardini,
quello che della parola poetica diceva Hilde Domin, poetessa tedesca liminale
che reputo assai vicina alla poetessa riminese: la parola è poetica se è capace
di transitare dal poeta al lettore al pari di una “foglia che trova mobile
sostegno nell’acqua su cui galleggia.”
Se la gran parte dei riferimenti intertestuali rilevati sono sottesi, c’è un
riferimento sicuro, citato esplicitamente da Isabella nell’esergo dell’opera,
ossia Margherita Guidacci. I versi che aprono l’intera raccolta, infatti, sono
tratti da “Altra voce”, in “Morte del ricco: un oratorio”: “Il mio cuore
appartiene / a coloro che lo divoreranno, / e so che stanno venendo.” Questi
stessi versi sono ripresi e personalizzati nella poesia che chiude la sezione
“La fortuna”, di cui riporto uno stralcio assai significativo a conclusione
della mia disamina: “Il mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno / e
ne faranno scorta piano piano / […] In dote un geroglifico nero / che nella
sostanza d’inchiostro / terrà la vibrazione più segreta”. Se in Guidacci il
cuore viene sbranato e crudelmente consumato dagli altri senza che ne resti
nulla, in Leardini viene sì divorato, ma in quanto nutrimento: faranno scorta della
sua vibrazione più segreta, racchiusa in una poesia - ancora una volta nero –
geroglifico. Ecco, la visione della poesia come geroglifico conferma nuovamente
la giustezza dell’accostamento di Leardini a Campo, che ne “Gli imperdonabili”
scriveva: “L’attenzione […] opera una scomposizione e ricomposizione del mondo
in due momenti diversi e ugualmente reali. […] La poesia che ne nasce […] non
potrà che essere […] una poesia geroglifica. […] Ogni parola si offre nei suoi
multipli significati”. Cogliamo l’attenzione campiana nella cura della parola
sempre elegante e musicale, nell’ascolto di voci inudibili che vengono
interpretate e raccolte da Leardini in una poesia metafisica ma non teofanica,
nel senso che al trascendente viene data una configurazione assolutamente
laica, con una sua precisa etica incentrata sul rispetto della vita in quanto
tale, che ha una religiosità tutta sua, connaturata. In un’epoca come la
nostra, offesa e profanata da una visione materialistica e nichilista che
accresce e giustifica cupidigia, sopraffazione e lotta per la conquista del
potere, è più che mai necessario leggere poesie come quelle di Leardini, che
suonano come un monito a trascendere la vita visibile, per proiettarsi in un
invisibile innervato di bellezza, come quella dei fiori, e di valori, come
l’amore, a cui fa continuamente riferimento la poetessa. Dell’altrove Leardini
asserisce l’esistenza con tale veemenza e assertività dal rendere la poesia che
ne scaturisce, più che onirica e visionaria, una precisa testimonianza.
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