La casa, tana delle mie inquietudini, ripiegando su di me s’è fatta trappola. Ho la bocca impastata dal pulviscolo e ora il silenzio fa quasi più paura del frastuono di qualche istante fa. Lo sgomento mi attraversa, stringe stomaco e gola così forte da non consentirmi di gridare il dolore alla gamba, tanto intenso da farmi scivolare via i sensi e finire dentro un vuoto nero e indistinto.
Quando riprendo conoscenza non so dire quanto tempo sia passato. Nel buio, da spiragli inafferrabili, filtra solo qualche riflesso, sottilissime scie di luce che però mi permettono di realizzare: sono rimasta schiacciata assieme alla libreria, che in qualche modo mi ha protetta. Intravedo intorno a me il profilo di volumi squinternati e immagino frammenti di parole che ne sortiscono e si librano nell’aria, sicché virtute e canoscenza vagano confuse a mi sovvien l’eterno e si mescolano nelle sensazioni del cervello a quella dolorosa, che dalla gamba risale lungo i nervi irradiando tutto il corpo. Giusto ieri vedevo immagini di distruzione dell’ennesimo edificio di Gaza, una volta magari ospedale o scuola, con dentro decine di persone. Ora quel terrore, quella disperazione sono io: è il mio corpo a essere “sepolto sotto le macerie”.
Dopo un tempo ulteriore, sospeso e interminabile, mi giungono finalmente voci di uomini e donne. I rumori mi fanno capire come stiano cercando di spostare qualche frantume e, riuscendoci, mi permettono d’intravedere lame di sole penetrare le rovine. Provo allora a farmi udire chiedendo aiuto con l’esile suono al quale riesco a dar fiato.
Sento abbaiare: è Jago! È fuori, è in salvo e ha percepito la mia presenza. Col verso ripetuto a perdifiato chiama me e richiama l’attenzione degli altri. Correndo avanti e indietro sta cercando di segnalare che io son proprio qui, pretende sia compreso il suo tentativo di spiegarlo in quel lessico speciale che lega cani e esseri umani.
Fermi raga’: qua sotto ce sta qualcuno! Damoje giù!
Hanno capito o m’hanno sentita, poco importa. So che adesso ai fili di luce e della mia voce s’intreccia quello della speranza.
Mentre scavano al contempo decisi e delicati, ascolto le frasi divenire concitate, pur scambiandosi indicazioni precise e coordinate. Io stento persino a dire il mio nome, ma sanno già chi sono e lo pronunciano loro, chiedendo come sto. Quasi sussurro che non sono più in grado di muovere una gamba per quanto mi fa male. Mi rispondono di star tranquilla, di non agitarmi, ma è facile a dirsi mentre il battito mi salta qualche sistole. Dal conflitto tra panico e istinto di sopravvivenza scaturisce l’angoscia di non farcela, s’insinua il timore che arrivi un’altra scossa, che crolli qualcos’altro, che un ostacolo ulteriore si frapponga all’azione di salvataggio e allo slancio del loro coraggio.
Vedo finalmente un casco, avvolto da un’aureola solare che mi fa un’impressione strana, quasi metafisica. Sotto di esso scorgo una faccia in controluce, ma velata di penombra non riesco a coglierne l’espressione. Però una mano mi tocca e mi gonfia una lacrima. La sento rigarmi il viso impolverato e mi torna in mente il volto di donna piangente della Strage degli Innocenti nella Cappella degli Scrovegni: l’ho avuto davanti ogni giorno, riprodotto su una calamita attaccata al frigo, souvenir di Padova. E allora penso al firmamento di Giotto e poi a quello di Van Gogh e voglio riveder le stelle e la luce dei suoi quadri e pure quella delle tele di Caravaggio. Ma penso anche di stare impazzendo se proprio in questo momento le emozioni diventano cielo e pianto, colori e ombre, desiderio e consolazione nella bellezza. La mente fa i suoi giri e le voci si fanno più distinte mentre l’esterno diventa fulgore accecante. Con difficoltà adatto la vista. Scorgo via via i loro corpi, le tute dei vigili del fuoco, le divise del 118, le uniformi dei carabinieri imbiancate dai detriti. Colgo gli sguardi tesi nello sforzo e i sorrisi di soddisfazione mentre mi salvano la vita.
Per trarmi fuori dalle rovine spostano con attenzione il pesante frammento di casa che mi ha schiacciato la gamba. Ce la fanno. Mi avvolgono in una coperta termica e m’adagiano su una barella; la sollevano, la sorreggono e Jago vi s’aggrappa con le zampe quanto basta per baciarmi a modo suo, leccandomi la guancia con la lingua umida e ruvida e così cancellando il solco lasciato dalla lacrima sul viso incipriato di polvere.
Mentre discendono con attenzione dal cumulo di cemento armato e calcinacci, dattorno s’alzano urla, applausi e smartphone e chissenefrega se diventerò “un’immagine iconica”. Anzi, come una scema, esausta sorrido e tiro su il pollice a favore d’obiettivo, mentre Peppe - la guardia comunale - s’affianca col suo faccione disegnato da sovrappeso e baffoni d’altra epoca, strizza l’occhio e mi dice: Ahò, je l’amo fatta!
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