Avanza
il nient’altro
per incisi
nello sferragliare nudo
e uguale del giorno
ogni
giorno
c'è qualcosa
cui dire ciao per sempre
Da Cettina Caliò, l’estremo
forte degli occhi
Di Cettina Caliò tanto si è detto e, credo, molto ancora si
dirà perché molto ancora è da dire. Nata a Catania nel 1973 scrive poesia e
prosa. Traduce dal francese. Cura libri. Tra i testi pubblicati: La Forma
detenuta (Le Farfalle 2018), Sulla cruda pelle ( Edizioni forme libere 2012),
Di tu in noi (La Nave di Teseo, 2021), L’estremo forte degli occhi (La Nave di Teseo,
2024).
Il testo che ho scelto e che
offro alla lettura, ma più correttamente, dovrei dire, alla meditazione, deve
la ragione della scelta a un bisogno personale che, è mia convinzione, prima o dopo ciascuno ha occasione di
avvertire. Vorrei seguire la parola poetica di Cettina Caliò nel suo
svilupparsi, ancorché breve, perché il messaggio affascina, tocca corde intime
che si intersecano con altre corde intime e che vibrano improvvisamente in ogni
sguardo sul vuoto.
La poesia fin dall’inizio sbalordisce
per l’assoluta
assenza di ambientazione logistica: tutto il suo senso è costruito su un
non-luogo, un punto nello spazio che è inutile cercare perché non c’è e in cui
invece capisci improvvisamente di ritrovarti immerso. Unica concessione, un
riferimento temporale al “giorno”. Si tratta però di un giorno impossibile da
individuare in una data della storia dell’uomo; “ogni giorno” infatti è senza
data (forse perché tutte le assume?): un giorno dunque non vissuto in una
qualunque ora ma, forse, solo nell’anima
E la meraviglia continua
perché le parole iniziano e si susseguono direi quasi provocatoriamente su un
margine: “Avanza il nient’altro”: ecco, si tratta del margine di un’esperienza
profonda che però di se stessa, delle proprie ragioni, del proprio senso
rifiuta di dir qualcosa, forse perché non ne ha bisogno, non ha nulla da dire o
non è in grado di dirlo. Semplicemente
scava dentro. È l’esperienza
del congedo. Certo, c’è un margine ineludibile che ci
attende; c’è un giorno in cui non ci sarà più nient’altro cui dire “ciao”.
Ma quel giorno non è ogni giorno in cui ci accade di dover abbandonare
qualcosa o qualcuno?
“Avanza il nient’altro
per incisi
nello sferragliare nudo
e uguale del giorno”
Come fa il “nient’altro” ad avanzare se è già sempre tutto là, enorme e
schiacciante in ogni “inciso”, al cospetto del “qualcosa” che di volta in volta
va via per sempre? Una sfida alla logica? Non credo, perché quella del congedo è,
in qualche modo sempre un’esperienza prima ed ultima collocata oltre ogni
logica:
-prima perché ogni volta nel congedo veniamo a
contatto con un’esperienza di dolore originario che ci tocca come se fosse la
prima volta,
-ultima perché,
ogni volta, di questo dolore originario è impossibile un oltre. Non c’è, non può
esserci un oltre del congedo.
Adeguato al “qualcosa” che
ci lascia per
sempre è allora un nudo, semplice ciao.
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