mercoledì 25 marzo 2026

A SUD DI OGNI ALTROVE OSSIA L'ANIMO DEL POETA: Cettina Caliò - A CURA DI LUCIA TRIOLO

 

                                     Lo scavo e il congedo

Avanza il nient’altro
per incisi
nello sferragliare nudo
e uguale del giorno

ogni giorno

c'è qualcosa
cui dire ciao per sempre

Da Cettina Caliò, l’estremo forte degli occhi

 

Di Cettina Caliò tanto si è detto e, credo, molto ancora si dirà perché molto ancora è da dire. Nata a Catania nel 1973 scrive poesia e prosa. Traduce dal francese. Cura libri. Tra i testi pubblicati: La Forma detenuta (Le Farfalle 2018), Sulla cruda pelle ( Edizioni forme libere 2012), Di tu in noi (La Nave di Teseo, 2021), Lestremo forte degli occhi (La Nave di Teseo, 2024).
Il testo che ho scelto e che offro alla lettura, ma più correttamente, dovrei dire, alla meditazione, deve la ragione della scelta a un bisogno personale che, è mia convinzione,  prima o dopo ciascuno ha occasione di avvertire. Vorrei seguire la parola poetica di Cettina Caliò nel suo svilupparsi, ancorché breve, perché il messaggio affascina, tocca corde intime che si intersecano con altre corde intime e che vibrano improvvisamente in ogni sguardo sul vuoto.
La poesia fin dall’inizio sbalordisce per lassoluta assenza di ambientazione logistica: tutto il suo senso è costruito su un non-luogo, un punto nello spazio che è inutile cercare perché non c’è e in cui invece capisci improvvisamente di ritrovarti immerso. Unica concessione, un riferimento temporale al “giorno”. Si tratta però di un giorno impossibile da individuare in una data della storia dell’uomo; “ogni giorno” infatti è senza data (forse perché tutte le assume?): un giorno dunque non vissuto in una qualunque ora ma, forse, solo nell’anima
E la meraviglia continua perché le parole iniziano e si susseguono direi quasi provocatoriamente su un margine: “Avanza il nient’altro”: ecco, si tratta del margine di un’esperienza profonda che però di se stessa, delle proprie ragioni, del proprio senso rifiuta di dir qualcosa, forse perché non ne ha bisogno, non ha nulla da dire o non è in grado di dirlo. Semplicemente scava dentro. È l’esperienza del congedo. Certo, c’è un margine ineludibile che ci attende; c’è un giorno in cui non ci sarà più nientaltro cui dire ciao”. Ma quel giorno non è ogni giorno in cui ci accade di dover abbandonare qualcosa o qualcuno?

Avanza il nient’altro
per incisi
nello sferragliare nudo
e uguale del giorno”
 
Come fa il “nient’altro” ad avanzare se è già sempre tutto là, enorme e schiacciante in ogni “inciso”, al cospetto del “qualcosa” che di volta in volta va via per sempre? Una sfida alla logica? Non credo, perché quella del congedo è, in qualche modo sempre un’esperienza
prima ed ultima collocata oltre ogni logica:
-prima perché ogni volta nel congedo veniamo a contatto con un’esperienza di dolore originario che ci tocca come se fosse la prima volta,
-ultima perché, ogni volta, di questo dolore originario è impossibile un oltre. Non c’è, non può esserci un oltre del congedo.
Adeguato al “qualcosa” che ci lascia per sempre è allora un nudo, semplice ciao.

 

 

 

 


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