lunedì 20 maggio 2024

"CUORE NEL CUORE. RESPIRO NEL RESPIRO"


Lucia Triolo propone la poesia di Jozefina Dautbegović

LA COMPRAVENDITA
Io vendo la casa con tutto quello che per casa
si intende
Tu compri solo un tetto sopra la testa
Io vendo la soffitta piena di piccioni e fasci di luce che a strisce gialle si insinuano tra le tegole
tu compri uno spazio adatto per gli oggetti superflui
Io vendo tutte le cene con gli amici le loro voci sonore
Tu compri abbastanza metri quadri dove poter sistemare
una cucina italiana dal design moderno
Io vendo la vista sulle colline viola
e trent’anni di raggi di sole moltiplicati per 365 giorni all’anno
senza contare quelli bisestili
tu compri una finestra rivolta a est
Io vendo latte di luna il suo argento fuso
versato sui tetti dei vicini
Tu compri soltanto una veranda adatta per asciugare i panni
Della camera da letto non voglio parlare
per educazione
Ma posso facilmente supporre quello che tu compreresti
Vendo anche il suono nervoso dei miei tacchi che andavano
avanti e indietro avanti e indietro
su e giù
giù e su
mentre aspettavo i suoi passi per le scale
nel soggiorno
Tu compri il parquet di quercia ben conservato e mi chiedi
quanto costano i ricordi
a metro quadro?

Zagabria, 3/III/ 2003


DELL'AUTRICE

Ho scoperto solo di recente Jozefina Dautbegović, l’autrice di questa poesia e ne sono rimasta folgorata. La bellezza dei suoi testi è pari solo alla loro potenza espressiva, sempre dentro le righe, al riparo da ogni delirante lirismo. Sa parlare e sa far dono a tutti della propria esperienza: chi legge alla fine se ne sente quasi protagonista Jozefina nasce in Bosnia nel 1948. Fino allo scoppio del conflitto bosniaco vivrà a Doboj: sarà quella la sua “patria”, sarà quella la sua “casa” (esperienze per lei assimilabili fino alla sinonimia).

La guerra nel suo paese farà di lei un esule. Da quel momento la sua sarà una quotidianità di esilio: del corpo e dell’anima. Muore improvvisamente a Zagabria nel 2008. Della sua copiosa produzione poetica ricordo qui, tradotti in italiano, La televisione di Dio (ed. Cicero, Venezia, 2009) e Il tempo degli spaventapasseri. Traduzione di Neval Berber. Per cura di Bianca Tarozzi (Molesini editore, Venezia 2022)

DEL TESTO

“Io vendo la casa con tutto quello che per casa
si intende”

L’incipit del testo è decisamente singolare per la sua capacità definitoria che pur non definendonulla, chiama in causa un significato del termine “casa” sul quale non sembra possibile dissentire. Il consenso generalizzato che vi è sotteso basta per aprire il testo ad una pluralità di esperienze che vanno ben al di là di quella dell’autrice, pur se dalla sua sembrano muovere per tornavi. Ciò di cui essa parla, quindi, disegna un movimento che va dall’universale al particolare; da un’esperienza generale ad un’esperienza particolare. E, per quanto possa sembrare, almeno inizialmente, strano, in un qualche senso accomuna anche l’esperienza del compratore. Il “tetto sopra la testa” che egli acquista è compreso infatti in “tutto quello che per casa si intende”, nonostante il piglio avversativo che lo connota. E’ anche ipotizzabile che in un domani più o meno prossimo ciò che per casa intende il compratore si avvicinerà molto a ciò che intende ora il venditore.

La contrapposizione solamente apparente, è quindi un eccellente escamotage retorico abilmente sfruttato: la normalità di una compravendita si fa scalpellare dall’io poetico fino a prendere forma nella serie di immagini che catturano il lettore nel prosieguo del testo. Ed è così che un banale negozio giuridico, attraverso una costruzione per immagini verbali, diviene poesia.
Ciò che mi interessa qui sottolineare non è però l’avvento della memoria e della nostalgia di qualcosa che è ormai perduto per sempre, né la contrapposizione strategica tra la profonda pienezza di un modo di vivere di contro alla vuota superficialità consumistica di un altro. E’ invece il ruolo, in questo contesto, del gesto poetico; gesto capace di far nascere realtà di parola ad un evento la cui realtà di fatto si è estinta. Nella realtà di parola (mi sia consentito l’uso di questa espressione) la propria casa continua ad essere, com’è ovvio, quel luogo in cui sempre si può tornare e si ha diritto a tornare per abitarla con la solita dimestichezza (pare di sentire il ticchettio nervoso dei tacchi sull' impiantito), anche se il destino ce ne ha sottratto definitivamente l’uso. E’ proprio l’atto poetico a consentire questo ritorno e lo consente, come evento poetico, proprio mentre congeda definitivamente (perché ne contempla l’impossibilità) l’evento di fatto. Posta al cospetto del destino drammatico dell’esilio e quindi dell’abbandono definitivo della casa, la poesia non si limita a darne conto (quasi fosse l’altra faccia della stipula notarile della compravendita) ma accompagna intimamente ciò che accade perché si situa dentro quell’accadere.

Penso sia questo il ruolo della vera poesia




























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