martedì 21 maggio 2024

L'INTERVISTA


Griselda Doka intervista Francesco Filia
 

1.      Il tema principale della tua raccolta è appunto la morte - "Nella fine" Puntoacapo 2023 -, infatti già il titolo lo dice. Mi ha colpito molto questa raccolta incentrata su una tematica così ricorrente nella storia nella poesia di tutti i tempi. Ho cercato le occorrenze per quanto riguarda la parola morte e fine e sono 12, sono 11 invece, quelle sulla vita. C’è un verso: i vivi sono ombre dei morti; In che rapporto stanno quindi vita e morte in questa raccolta? C’è una sorta di equilibrio? Nel trattare questo tema, ti senti più vicino a quale corrente letteraria: romanticismo, simbolismo, decadentismo o postmodernismo?

Come hai giustamente osservato, nonostante l’idea centrale del libro sia una meditazione poetica sulla ‘fine’ e quindi per metonimia sulla ‘morte’, vi è anche un continuo riferimento alla ‘vita’. Questi due opposti si sono sempre presentati in maniera congiunta, quasi inestricabile, pur rimanendo distinti, la gioia della vita e per la vita mi è sempre apparsa come indivisibile dall’angoscia della morte, anziché eliminarsi a vicenda, l’una intensifica l’altra. L’esistenza mi appare come un’oscillazione, senza possibile rimedio o sintesi, tra questi due opposti. Nella lettura ho, forse, sempre e solo cercato questo, attraversando i vari generi letterari, ma mi rendo conto che aldilà delle diversità ideali e formali la cosa che ho cercato è una parola che dica lo sgomento nei confronti del mondo e dell’esistenza senza illudersi di porsi come rimedio. In fondo un dire tragico, nient’altro che questo.

2.        La raccolta è intrisa di massime filosofiche, a volte anche lapidarie, come ad esempio: “Sperare è stata la nostra maledizione” / “La prosa del mondo è in questi versi che non hanno nulla da dire” /“Queste parole non sono altro che un referto” . Qual è per te il ruolo o la funzione della parola poetica? È in qualche modo rilevatrice, catartica o cosa?

La mia formazione è principalmente filosofica e, nonostante nella letteratura poetica contemporanea, sia lirica che sperimentale, ci sia un diffuso ostracismo e pregiudizio nei confronti del pensiero filosofico, questa mia origine non l’ho mai rinnegata, anzi l’ho sempre alimentata con il confronto costante con la parola poetica. In questo non facendo nulla di nuovo, ma ripetendo un gesto originario della tradizione occidentale, il confronto serrato, anche lo scontro, tra dire poetico e sapienza filosofica è il nucleo essenziale del nostro stare la mondo. Certo nella nostra epoca post-tutto non ci si può illudere di riproporlo in maniera ingenua, pena il rischio di cadere in un’operazione antiquaria o peggio in una parvenza di sapere che si offre come falso rimedio per i piccoli e grandi dolori dell’anima. Per tornare al dettato dei miei versi quel che, rileggendomi, noto, è che spesso c’è un cortocircuito tra osservazione del dettaglio irripetibile di un fenomeno e il relativo stupore da un lato e apertura della parola a un dire che tende a sillogizzare confrontandosi con la teoria dall’altro. Il dettato poetico è questa tensione irrisolta e irrisolvibile tra queste due forze che procedono in direzione opposte: l’attenzione verso la singolarità irripetibile e la tensione verso l’universale,. Il verso è una corda tesa tra questi due estremi, sempre sul punto di spezzarsi.

3.      Un’altra parola che mi ha colpito è la parola onomatopeica “ronzio” che assume connotazioni diverse. Ecco qui i tre versi dove è presente: (Cupo ronzio della fine/ L’assedio delle strade è un ronzio remoto/Lo sento arrivare da lontano, un ronzio remoto) Cos’è questo ronzio, è l’indizio di un inizio o di una fine? Cosa rappresenta per te?  Ha a che fare forse con quello che, secondo me, è il gesto disperato della verità, cioè nella nostra crudeltà e della nostra disumanità? “Siamo veri solo nei nostri gesti disumani”.

 Per risponderti parto da un’altra parola: il silenzio. La poesia ha un rapporto privilegiato col silenzio, ne proviene, appunto, lo cerca, lo dice, senza mai poterlo essere, ma solo sentendone l’eco. Infatti se noi prestiamo ascolto al silenzio, anche in assenza di qualsiasi rumore, non lo troviamo, è sempre oltre, si nasconde, si dà per assenza. Tutto quello che possiamo percepire è un ronzio di fondo, a volte cupo, a volte leggero e quasi impercettibile. Rispondendoti posso chiarire a me stesso perché, quasi senza rendermene conto, questa parola ritorna in alcuni mie versi, anche a distanza di anni. Sin da ragazzo questa cosa mi ha stupito e inquietato. In fondo i miei versi, anche se dicono altro, sono sempre un tentativo di sintonizzarsi con quel ronzio appena intuibile al fondo di ogni cosa, di ogni evento, al fondo dell’universo e del suo spaventoso  vuoto, in cui l’uomo comprende che la sua umanità proviene da una dimensione enigmatica e dis-umana, indifferente alle nostre speranze, timori, gioie e anche a queste parole.

4.      È infine una domanda sulla tenerezza e l’amore. Poco presente in questa raccolta, appare come uno spiraglio di luce che illumina il buio. “Tu sei l’antica nenia che ritorna città buia e d’oro”, un incipit questo che ricorda Pavese. In effetti è come se tu quando scrivi d’amore lo facessi quasi di sfuggita, per caso, accenni appena, come se non ci credessi fino in fondo, in effetti, scrivi: “Il giorno è stato la grande occasione per aderire alla nostra pelle e a te e al suo amore e a un’impossibile salvezza.” . Ci spieghi un po’ questa posizione? 

Dire l’amore, trasformarlo in parole mi è sempre risultato difficile. Ritengo che richieda pudore, che la parola in questo caso più che dire, debba custodire, anche quando ne ho parlato in maniera più ampia, come nella sezione Dario di una Vacanza di Parole per la resa, del 2017, mi sono accorto di averlo fatto in maniera ellittica, anche quando ho affrontato il desiderio dei corpi e l’eros. Penso che questo approccio attenga un po’ alla mia educazione familiare, ma anche alla consapevolezza che l’amore, e tutti suoi molteplici risvolti, sia una potenza travolgente e affrontarla senza le dovute precauzioni, senza un filtro che ci protegga, sia rischioso. In questo libro, come hai notato, appare per lampi fugaci, eppure è nella estrema consapevolezza della fine che l’amore si può manifestare nella sua massima forza e bellezza. È solo nella fine irrimediabile che può darsi come estrema gioia o estrema tenerezza, anche solo per un attimo.

 

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