A proposito dei versi di Gianluca
d’Annibali, poeta marchigiano di Fermo, c’è chi parla di cifra “neoveristica”,
chi li accosta per sguardo al “maledettismo” d’Oltralpe, chi sostiene che il
tema centrale della sua poesia sia la riflessione metalinguistica. Per Jacopo
Curi la sua poesia non rinuncia a sporcarsi nella sostanza della vita. Da
questa breve sintesi critica sul lavoro di Gianluca, autore in dialetto e in
italiano, si evince una complessità intesa come ricchezza che merita
attenzione, ascolto, rispetto da parte del lettore. Tenace poeta civile in
Poeti, migranti…ed altri insolenti (Aripelago Itaca 2025), Gianluca
d’Annibali è poeta vero.
Alfredo Panetta
Il mare non è solo il luogo geografico del poeta elpidiense, ma è D’Annibali stesso nell’aspetto ossimorico di identità e contraddizione.
(Fabio Maria Serpilli)
Per D’Annibali la lingua dialettale non è un semplice strumento, ma pura sostanza dell’essere che cerca che cerca un pieno contatto con la realtà.
D’Annibali è dotato di un acuto pensiero e
di un multiforme sentire capace di dar voce a ogni forma di silenzio.
I versi di D’Annibali sono una riflessione
schietta, priva di vizi stilistici, con ascese vertiginose che non rinunciano a
sporcarsi nella sostanza della vita, come per raggiungere una redenzione del
male.
(Jacopo Curi)
D’Annibali usa il dialetto con naturale predisposizione. Il merito di D’Annibali, se vogliamo, sta nell’aver intuito le potenzialità del suo dialetto , di averle fatte proprie, di averle innalzate a dignità di lingua, di usarle disinvoltamente, ove occorra, piegandole alle esigenze di una poesia contemporanea di grande libertà tematica e strutturale.
(Mario Narducci)
Nella poesia di D’Annibali il tema della riflessione metapoetica e metalinguistica è centrale e il dialetto ritorna continuamente su se stesso e sulla propria funzione. Egli, mantenendo un’inconfondibile cifra stilistica, mostra una sincerità espressiva legata a una sorta di “neoverismo”. Gianluca D’Annibali per l’ampia riflessione sui temi trattati e per le stesse modalità di scrittura, dimostra di avere grande maestrìa nell’uso del dialetto capace di esprimere tutti i meandri dell’animo e del pensiero dei poeti contemporanei.
(Sanzio Balducci)
Nella poesia di D’Annibali, questo ossesso che chiamiamo mare, è la costante stessa della poesia: ne è emanazione e rappresentazione. E la poesia di D’Annibali è totalmente immersa nella vita; totalmente ‘esposta’ e ‘messa a nudo’, senza reticenze, senza veli: pienamente autonoma e libera. Una tale potenza di visione, ricca di tropi, sottese citazioni dotte e metafore, è accostabile alle grandi esperienze del Simbolismo europeo, del Surrealismo, del maledettismo d’Oltralpe, fino agli Irati flutti della densa visionarietà di Auden.
(Manuel Cohen)
Con perizia e abilità d’altri tempi – ma gli esiti sono del tutto nuovi – D’Annibali manovra sintassi poetica, metrica, versificazione, rima, tecniche dell’ornato come un poeta alessandrino, o carolingio, o un rimatore tra Bologna e Firenze nel secondo Duecento.
(Marzio
Porro)
“Io
jjiro ‘tunno ‘tunno a la Vellezza…”
Io jjiro ‘tunno ‘tunno a la Vellezza
commelumarinà’
‘ttuno a lutriccitù,
e
mmešconocchio la šchienaccuštimó
pé’
ddu’ rime che ppó’ fa lurremó
de
lufunnu de ‘na varca che šdruscia
su
li sassi šgarognàti de la špiaggia…
Io,
moccó poeta e fforsemmoccósciabecottu,
che
ssaccioparlàffino, ma quanno che mme ‘ngazzo
so’
‘n omu, solo ‘n omu…e pparloštudialettu;
parlo
e šputošta lengua che ssepparte
ppó’
non ce ssecà’ a ppijàrreparu,
come
có’ lumaru
quanno
è maru.
“Io giro intorno intorno alla Bellezza…” – Io giro intorno intorno all Bellezza/ come il marinaio attorno all’argano,/ e mi rompo la schiena in questa maniera/ per due rime che poi fanno il rumore/ del fondo di una barca che struscia/ sui sassi frastagliati della spiaggia…// Io, un po’ poeta e forse un po’ sempliciotto,/ che so parlar forbito, ma quando mi incazzo/ sono un uomo, solamente un uomo… e parlo questo dialetto;/ parlo e sputo questa lingua che se parte/ poi non c’è modo di arginarla,/ come con mare/ quando è mare.
Da - ‘Tunno ‘tunno a la Vellezza - Italic Pequod 2017
“Štaco a ssedé’ a gguardà’ lutemburalu…”
Štaco a ssedé’ a gguardà’
lutemburalu
che ‘ppiccia le luci e ‘lluccia
lupalcu de lumaru. Lu sipariu
se šbraca: d’èlusegnu
che lušpettaculuštapé’ ‘ngumingià’.
Ma dónghešta’ ll’attori, dónghe è jjiti?
Non è che sse’ sarrà’ tutti ‘nnegati?!
Passa lutembu e qqua n’zuccedecósa;
forse lumaru a d’era la platea
e le luci a d’era quelle che la ‘lluccia
quanno tutto finisce
e la jjende se’ va via…
Lu palcu era ‘štašpiaggia
e nnó’ ll’avìò capito,
dacìoparlà’ ‘mmece so rmaštumutu,
a d’ero io ll’attore
e non zo’ rrecitato.
-“Sto seduto a guardare il
temporale…” – Sto seduto a guardare il temporale/ che accende le
luci e illumina/ il palcoscenico del mare. Il sipario/ si squarcia: è il segno/
che lo spettacolo sta per iniziare.// Ma dove sono gli attori, dove sono
andati?/ Non saranno mica tutti annegati?!// Passa il tempo e qui non accade
nulla;/ forse il mare era la platea/ e le luci erano quelle che la illuminano/
quando tutto finisce/ e il pubblico se ne va…// Il palco era questa spiaggia/ e
non lo avevo capito,/ dovevo parlare e son rimasto muto,/ ero io l’attore/ e
non ho recitato.
Da - Maru che mme ‘ssumiji (maru che n’zì’ mmai natu) - Arcipelago Itaca 2023
Tutto a d’èmmaru
…a Franco Scataglini
Tutto a d’èccorpu d’amore, ha šcritto ‘na ‘ota ‘n poeta;
io dico che ttutto a d’èmmaru, tutta quanda
la vita che ppassa e ccurre fugata e ssinza fuga;
marud’è la paura che ppiano ce’ rremmanda
có’ u’ llavirindu de capijivianghi;
maru li fianghi che sse’ va’ ‘llarghènne,
maru le pasció’ che ccešdirinall’osse;
maru le donne quannorrapre le cosse
e ssešgrava de mmoccó de virità…
…perché ll’óminipò’ vattelutembu,
ma a lutembu non ze’ pole ‘ccavallà.
-Tutto è mare – Tutto è corpo d’amore, ha scritto una volta un poeta;/ io dico che tutto è mare, tutta quanta/ la vita che passa e corre veloce e senza fretta;// mare è la paura che lentamente ci ammanta/ con un labirinto di capelli bianchi;// mare i fianchi che si vanno allargando,/ mare le pene che ci affaticano le ossa;// mare le donne quando aprono le gambe/ e si alleggeriscono di un po’ di verità…// …perché gli uomini possono battere il tempo,/ ma al tempo non si posson sovrapporre.
Da - Maru che mme ‘ssumiji (maru che n’zì’ mmai natu) - Arcipelago Itaca 2023
Cambémoccuscì,
de šguingiu
pé’
lujjémmete de ll’ócchi,
‘llumomende
che ‘vvanza e rmà’ ‘ppiccatu
prima che
ddóènda tutto niro;
de
šguingiujjémoi’ggniro e ccepenzémo
gróssi o
ciuchi rendro
ll’ombra de
‘n anellu:
- Io
vojoquissu. None, vojoquillu –
e mmai che
ccaèsse
‘na ‘òta a
èsse condentu.
Comme ‘na
serpa
cheffugghia
e ffarremó ‘rrète a ‘nafrašca,
sémo ‘èndu,
de šguingiu,
ttramenzo a
la vurrašca.
Di sbieco - Viviamo così, di sbieco/ per il dirupo degli occhi,/ quel momento residuo che resta sospeso/ prima che diventi tutto nero;// di sbieco andiamo in giro e ci immaginiamo/ giganti o in miniatura dentro/ l’ombra di un anello:// - Io voglio questo. No, voglio quello -/ e mai che riesca/ una volta a esser contento.// Come una serpe/ che fugge e fa rumore dietro una frasca,/ siamo vento, di sbieco,/ in mezzo alla burrasca.
Gianluca D'Annibali è nato a Fermo nel 1981, vive e lavora a Porto Sant'Elpidio. Agli studi letterari affianca da sempre la passione per la musica e la canzone d’autore. Scrive sia in lingua che in dialetto.
Pubblicazioni in Lingua Italiana:
Il passo lento dell'acqua, PeQuod, 2007
Sulla riva del foglio, L'orecchio
di Van Gogh, 2009
A pochi pensieri dalla riva Italic
PeQuod, 2014
Poeti, migranti… ed altri insolenti (a braccia
semiaperte), Arcipelago Itaca, 2025
Pubblicazioni in Lingua Dialettale:
Come ll'acqua 'ndorno a 'n zassu - Poesia
Neodialettale, PeQuod, 2010
‘Tunno ‘tunno a la vellezza, in Lingua
lengua. Poeti in dialetto e in italiano, Italic
Pequod, 2017, insieme alle opere di Jacopo Curi, Francesco Gemini e Fabio M.
Serpilli;
Maru che mme ‘ssumiji
(maru che n’zìmmai natu), Arcipelago Itaca, 2023
Tra i vari riconoscimenti, nel 2016 è vincitore del Premio di Poesia Varano, nel 2018 viene inserito nell’Antologia Poeti Neodialettali Marchigiani (Quaderni del consiglio regionale delle Marche), curata da Jacopo Curi e Fabio M. Serpilli. Antologia che si è aggiudicata il primo posto al Premio Nazionale di Cultura Frontino - Montefeltro, sezione “Cultura Marchigiana”.
Nel 2020 con una silloge inedita è secondo al Premio
Poesia Onesta, e al medesimo Premio, nel 2021, viene premiato come Miglior
Silloge Inedita Marchigiana. Sempre nel 2021 anno riceve il Premio Duilio
Scandali, riservato al miglior Poeta
Neodialettale vivente Marchigiano;
Nel 2022 è finalista al prestigioso Premio Ischitella
– Pietro Giannone.
Nel 2023 col libro “Maru che mme ‘ssumiji (maru che
n’zìmmai natu)” è finalista al Premio Giordano Mazzavillani, al Premio
Città di Grottammare, e viene recensito nell’Annuario della Poesia
Italiana Contemporanea “L’Anello Critico” come uno dei 12 migliori
libri in dialetto dell’anno 2023. Con lo stesso
libro, nel 2024, si classifica terzo al Premio Poesia Onesta Sezione Libri
Editi.
Nel 2024 gli viene assegnato Il Premio alla Carriera
per la Poesia, in occasione della Kermesse Culturale “Francavilla Urban
Festival” (Chieti)
Nel 2025 è vincitore della Sezione poesia in dialetto
al Premio Letterario “In poche parole”.
Sempre nel 2025, col libro “Poeti. Migranti… ed
altri insolenti”, è finalista al prestigioso Premio “Ponte di Legno Poesia”
(BS), dove risulta vincitore del Premio del Pubblico.
Col medesimo libro, nel 2025 è finalista al Premio
“Poesia Onesta” (AN) ed è finalista con Menzioni d’Onore al Premio
Internazionale di Poesia “Il Convivio”
(CT) e al Premio “PicturaPoesis” (CH).
Finalista con una silloge inedita di 25 poesie al
Premio Nazionale di Poesia Città di Sermoneta 2025.
Nella primavera
del 2026 Poeti, migranti… ed altri insolenti sarà interamente tradotto
da una Casa Editrice francese e pubblicato in Francia.
Le sue poesie sono incluse in antologie e riviste
letterarie.
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