domenica 18 gennaio 2026

GEMME TRA LE PIETRE - Vani di Melania Valenti - a cura di Ornella Mallo

 

Palermo, 19 novembre 2025

Leggendo la silloge “Vani” di Melania Valenti, mi è venuta alla mente la poesia “Secondi, n.68” di Ghiannis Ritsos, perfettamente calzante allo spirito e al senso della raccolta della poetessa catanese. Scriveva infatti il poeta greco: “Forse ci difenderà ancora / il canto d’un uccello, / una stella che ci mostra la sua predilezione, / e la linea azzurra dei monti nel tramonto d’oro / e la parola che matura nel silenzio più profondo.” Questi pochi versi racchiudono in sintesi tutti gli elementi su cui si concentra la poetica dell’Autrice.

In un’epoca come la nostra, in cui – scrive la Poetessa – “Siamo senza respiro, / affoghiamo la forza / dentro l’ultimo inchiostro. //”, epoca dal futuro sempre più contrassegnato dalle tecnologie e perciò sempre più nebuloso e incerto, - “Chissà, il futuro. // Un artificio / intelligente / ci spazzerà / via”, leggiamo -, l’unica salvezza sembra esserci offerta dalla parola: “La parola è l’unica pietra rimasta // il violino suonato sul Reno // l’urlo lanciato sul ponte / prima di quell’ultimo salto.”, scrive.

La parola ultimamente sembra avere perduto la sua finalità peculiare, ossia quella di veicolare contenuti umani. La Nostra scrive: “Che ne sarà di ogni parola. // Ci nutriamo del nulla, / mentre i suoni del mondo / ci chiedono ancora perché.” La Poetessa nei suoi versi rileva la ferocia dei tempi che stiamo vivendo, in cui un esasperato individualismo impedisce alle persone di tirarsi reciprocamente in salvo: “Nessuno salva / nessuno che non voglia. //Feroce la notte / continua a finire. / Feroce il suo giorno / a iniziare. // Nulla riesce a cambiare”; in altri versi leggiamo: “L’abilità umana di trascendere / l’umana sopportazione / è sovrumana”. La vita, oggi, è tutta un “Permettere passi / sopra il petto scarno / a tutti dire a tutti / pestare coi tacchi / e continuare a camminare. / Offrirsi pasto al giudizio / senza dare a vedere / come si diventa piccoli / dopo poche parole.” La Nostra allora oppone al disagio esistenziale della società contemporanea, che sempre più precipita in un baratro di sopraffazione e di violenza, l’invito a fermarsi, a non correre a oltranza, perché “Perdete il fiato / fino a mettervi di traverso”: “Io rimango muta e ferma. /”, leggiamo, “Piuttosto cammino / fissando gli occhi / al mio passato. // Siamo la storia / lettere e numeri / in rivolta / verso un futuro già sbiadito.”
Le parole vuote pronunciate dalla gente non ristorano la Poetessa, che afferma: “Sono silenzio – più delle parole - / onda di riporto, / sinfonia del mare.” La salvezza risiede allora in quella “parola maturata nel silenzio” citata nei versi di Ritsos.

La poetessa constata che “Non siamo ciò / che siamo. Siamo / ciò che negli altri restiamo”. Perciò ha senso soltanto una vita spesa accompagnando “la vita / degli altri /”, lasciandoli appoggiare al nostro “braccio dolente” fino alla fine dei giorni, introiettando il dolore delle persone amate, così da lasciare in loro un segno significativo del nostro passaggio sulla Terra: “Tutto il dolore / che mi stai donando, / come nettare divino / va mutando. / In amore per te / e per me in pianto.” Grazie all’amore è possibile superare quel senso di solitudine che pervade il nostro tempo: “Soli si nasce. / Soli si muore. / […] Dei tanti che ero / rimango per sempre / un numero primo / rimasto da solo.”, leggiamo. La Poetessa si rivolge allora alle “anime perse”, lanciando la sua poesia come “messaggio / in una bottiglia.”: “Per tutte le anime perse, / troviamoci insieme. // Il risveglio è più duro, / quando senti che intorno / non hai più nessuno.”
In un mondo dominato dalla superficialità e dall’apparenza, Melania invita a perscrutare in profondità ciò che non si vede, ossia il mondo interiore. Da qui la scelta del titolo “Vani”, dal significato polisemico. “Vani” sta in primo luogo per i vani di una casa, la propria, luogo e metafora dell’anima, che la poetessa invita a visitare dopo averla svuotata di tutti gli orpelli e le sovrastrutture inessenziali.

La perlustrazione del mondo di Melania, vero e proprio archetipo del mondo interiore, inizia dagli “Armadi”, in cui sono riposte e custodite le persone che più delle altre hanno segnato e segnano il suo percorso di vita, ossia i familiari: il padre, la madre, i figli, il marito. Intercettando gli echi di ciò che con loro si è vissuto, “Tutto si placa, tutto / raggiunge il suo nido. //”, scrive,” Per questo si vive, / per nulla di più.” Si procede poi perlustrando le “Lenzuola” che avvolgono e scoprono i corpi intridendosi dei loro amori, dei loro umori; si continua con la decrittazione “Di segni sulle pareti” lasciati dai visitatori in una stanza deputata proprio ad accoglierli, scritture indelebili, “anche adesso che quella stanza non esiste più”; e si conclude ammirando i “Cerchi di luce dalle finestre”, con lo stupore e la meraviglia dei bambini, che sanno cogliere “Tutto il bello della luce sul mare, tra i rami. / E dell’ombra che ne è il contraltare.”: “Fortunato chi tra gli anni / accovacciati nelle rughe / rimane quel bambino / che stupito sorrideva.”, scrive l’Autrice. Melania guida i lettori nel viaggio all’interno della propria interiorità come la regista di un film, e muove la macchina da presa dagli ambienti dell’abitazione fino all’esterno, puntando alle finestre dalle quali è possibile contemplare il cielo: “Troppo piccolo il mondo / per contenere ali e pensiero. / Per questo / hanno inventato il cielo.”, leggiamo. Solo che la cinepresa non è altro che la penna con cui scrive, e i versi sono i fotogrammi del film che racconta la sua vita.

C’è molta grecità in questa raccolta poetica, e non solo per la forma, che richiama moltissimo il Ghiannis Ritsos della silloge “Secondi”, una delle sue ultime opere, composta tra il 1988 e il 1989, poco prima della sua morte, avvenuta nel 1990: una forma quanto mai essenziale, epigrammatica, concisa. Ritsos asseriva di trovare questa struttura breve congeniale per “reagire al pericolo della prolissità e della retorica che sono in agguato dietro le poesie lunghe”, e anche per “il bisogno di una risposta fulminea a problemi attuali e urgenti del nostro tempo”. La Nostra sposa in pieno questa visione del fare poetico, e propone una poesia quanto mai densa, in cui i sentimenti sono agglutinati nella scelta espressiva, ma non deprivati della loro intensità e del loro pathos. Nelle poesie della raccolta la dimensione tragica del vivere viene resa in tutta la sua drammaticità, e la nostalgia che inonda l’anima, - ossia il dolore scaturente dall’impossibilità di tornare a tutto ciò che si è e che non si è attraversato -, viene fronteggiata grazie alla memoria, che mantiene vividi i ricordi più belli, rendendo presenze le assenze; grazie all’amore per gli altri, per la Natura e per la terra natia, la Sicilia: casa diventa allora la fulgida bellezza dell’Isola: “Terra mia. // Chi guarda al cielo, / ritrova l’urlo / del tuo annegare. / Per questo, / ti abbraccia il mare.”; e grazie anche alla preghiera, “ultima carta” per non annegare nello sconforto: “Prima o poi / giunge il momento / in cui, disperati, / si pensa a pregare.”, leggiamo.

L’influenza della cultura greca classica si coglie anche nella visione del tempo come Kronos, che tutto divora e condanna all’oblio: “Che il giorno sia notte, / Kronos l’oblio. // In un campo morto / non nasce più il grano.” Viene in mente l’Eraclito del ‘Panta rei’ e dei versi: “Il tempo è un bambino che gioca, che muove le pedine; di un bambino è il regno.” Ecco il controcanto della Poetessa: “Tutto passa. / Anche il ghiaccio, / nell’acqua del fiume, / si fa dolce e raggiunge il suo mare.”; e anche: “E poi verrà il tempo / del nulla che annulla, / il tempo che sbircia / su strade passate / e le trova diverse. / Come un fanciullo / fattosi adulto, / che ritorna sui luoghi / bambini e li trova / piccini.”

La semina dell’amore impedisce alla vita di essere “vana”. Ecco allora il secondo significato del titolo scelto dalla Poetessa per la sua silloge: “Vani” possono essere i giorni se non vengono vissuti degnamente e impressi nella mente. Il primo ricordo è quello del padre, ricordo che ne rende ancora viva la figura, e addolcisce il dolore della perdita: “Cantava, mio padre, e rideva. // Le streghe ne udirono il canto, / i mostri forgiarono lame. // Continua mio padre a cantare.” A seguire, la memoria dei figli appena nati, memoria che nell’affermare la maternità della Poetessa, allo stesso tempo conferma la circolarità del tempo, che è composto da avanzamenti e da ritorni: “Io sono mare. / Eterno divenire / per rimanere.” Il cerchio della vita si chiude con la filiazione, perché si diventa genitori per rinascere, intanto:” Di liquido ancestrale / il corpo di una madre / che rinasce.”; e poi si diventa figli dei propri figli, confluendo in un unico mare: “Nascere figlia / per diventare madre di tua figlia. // Morire figlia di tua figlia / dimenticando il volto di tua madre.” La visione del tempo nella sua circolarità si riallaccia alla cultura greca classica, mentre la percezione della caducità della vita riecheggia la poesia “Candele” di Costantino Kavafis. Nell’armadio e nelle lenzuola anche la figura del marito, di cui ancora una volta diventa madre: “Adulto, / ti vedo bambino. // Allungo una mano, carezza leggera. // Ti amo.”

Non c’è soltanto grecità nella poetica di Valenti, ma si ravvisa anche una forte influenza della cultura giapponese, non solo per la brevità dei componimenti che richiamano gli haiku, ma anche per il richiamo alla filosofia nipponica del Wabi – sabi, che coglie bellezza nella finitezza e nell’imperfezione delle cose, e del “Komorebi”: “Komorebi dicono. / E non è solo la luce / che filtra tra le foglie / degli alberi. Sono le cose / che mutano con te / e che riconosci solo / quando passano per sempre, / esplodendoti dentro.”
In questi ultimi versi si condensa il “messaggio nella bottiglia” lanciato dalla Poetessa: tutto passa, è vero, ma grazie alla memoria tutto resta: “Ci sono momenti / in cui tutto si perde. / E tutto rimane, / tutto nel fondo / profondo del niente.”;” È nel ricordo / l’unica grandezza / che rimane.”

Se da un lato la Poetessa scrive “parole / dal destino / di un sorso”, dall’altro proprio questa concisione potenzia la resa dei contenuti eternandoli. La sua è una poesia fortemente evocativa, composta da silenzi più che da parole; dal buio della notte, oltre che dalla luce del giorno: “”Madre, la notte. / Ha nel suo seno / il latte delle stelle.”; da echi più che da voci urlanti: “Che di me / restino / almeno le parole, / almeno l’eco / di quello che ero.” Quanto mai opportuna, allora, per concludere, una citazione di Kierkegaard, tratta da “Aut – aut”: “Io ho un solo amico, è l’eco: e perché è mio amico? Perché io amo il mio dolore e l’eco non me lo toglie. Io ho un solo confidente, è il silenzio della notte. E perché è il mio confidente? Perché il silenzio tace.”










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