sabato 10 gennaio 2026

GEMME TRA LE PIETRE - Le viti del pianto di Lara Pagani - a cura di Ornella Mallo

Palermo, 2 dicembre 2025, ore 21.43

Scriveva Jean Genet ne “L’atelier di Giacometti”: “Non v’è altra origine, per la bellezza, che la ferita, individuale, irripetibile, celata o visibile, che ogni uomo custodisce in sé e difende – dove si rifugia quando vuole abbandonare il mondo per una solitudine temporanea ma profonda.”
Questa citazione è quanto mai appropriata alla raccolta poetica “Le viti del pianto” di Lara Pagani, perché le sue liriche sembrano sgorgare come gocce di sangue copiose e inarrestabili da un’unica ferita: quella arrecata dalla perdita di persone care, perdita generativa di un tipo particolare di dolore, ossia quello scaturente dall’amputazione di una parte importante di sé. La sofferenza è la stessa, sia che questa amputazione dipenda da eventi naturali, come la morte fisica, sia che venga comminata o subita mentre si è in vita, come nel caso di una separazione dalla persona amata. “Il tempo della ferita è genesi”, scrive Daìta Martinez nella quarta di copertina.
In ogni caso, leggendo la silloge si ha la percezione netta di essere in presenza di una vera e propria “fenomenologia degli addii”, a prescindere dalla loro scaturigine. “Non so se esista un addio che si spieghi - /”, scrive la Nostra, “eppure tutto per me tiene il senso / in pugno: solo talvolta lo svela / con anni di ritardo.” “Anno dopo anno credo […] che tu sia arrivato / per un motivo più che naturale: / imparare a guardare l’altro capo / dell’abisso che ci guarda da secoli - / smettere di avere paura, finalmente / disconoscere la parola addio / dove siamo sempre stati insieme.”

Come leggiamo, la fenomenologia che descrive l’Autrice non si esaurisce affatto in uno scandaglio fine a sé stesso delle cause che hanno determinato la frattura, ma si tratta di un vero e proprio percorso che avvia alla guarigione: “spero // che il tempo prenda le mie parti[…] e un bel giorno mi dichiari […] che se ho perso  la tua voce nella mia voce è giusto / così”. Per cui, se la prima poesia, - preceduta significativamente da un esergo sulla “scintilla” da cui è nato l’innamoramento, l’ultima a morire -, racconta l’inevitabile stupore che deriva dall’essere abbandonati all’improvviso, l’ultima narra di un “dolore delebile”, necessario alla formazione di un sé autonomo e indipendente, in grado di superare le traversie della vita. “[La strada prende a sberle, devi darle / per non prenderle a tua volta la volta / che può costarti le costole, la retina. […]”, scrive Pagani.

La poetessa ha l’abilità di sparire del tutto dietro la sua scrittura, per cui arriva al lettore non il grido di dolore individuale dell’autrice, ma il grido di dolore della donna in quanto tale, la sua delusione, coerentemente a quanto asseriva Antoine De Saint-Exupery: “L’uomo raggiunge la sua vera grandezza quando scompare dietro ciò che crea”. Non solo, ma la scrittura di Pagani colpisce per un altro pregio, ossia la sua estrema duttilità: essa si plasma perfettamente su quanto di più mutevole possa esistere, ossia il mondo interiore. La Nostra mostra la capacità di lasciare affiorare nella loro contraddittorietà e complessità gli abissi dell’animo umano, in particolare di quello femminile, adoperando un linguaggio visionario, surreale, ricchissimo di figure metaforiche attinte dall’onirico. Ricorda Kafka, che nelle “Lettere a Milena” scriveva: “Io cerco sempre di comunicare qualcosa di non comunicabile, di spiegare qualcosa di inspiegabile, di parlare di ciò che ho nelle ossa e che soltanto in queste ossa può essere vissuto.” Il richiamo al famoso scrittore boemo non nasce soltanto dall’indagine psichica che Pagani affronta nelle sue poesie, ma anche dall’incipit della silloge, che tanto fa pensare alla “Metamorfosi” kafkiana. In Kafka leggiamo: “Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.” E la narrazione prosegue: “la sorella […] Non lo trovò subito, ma quando lo scoprì sotto al canapè […] ne ebbe tanto spavento che senza riuscire a dominarsi, scappò via, sbattendo la porta.” Allo stesso modo, nella prima parte della silloge, intitolata “Columba Livia”, assistiamo a una metamorfosi della protagonista, che da donna eterea e sensuale a un tempo, portata in palmo di mano dal suo amante, si trasforma in un piccione disgustoso non appena l’uomo che diceva tanto di amarla si stanca di lei. “Gli piacevo da matti, mi adorava”, leggiamo, […] “Un mattino / mi sono svegliata, […] ero diventata uno splendido piccione.” “Avevo piume, potevo volare. / […] strabuzzavano / i passanti alla mia vista – tiravano / via i bambini con le mani perché / ero sporca, portavo malattia.” […] “fossi stata al posto loro […] mi sarei fatta ribrezzo.”

Originalissimo il rivolgersi ai lettori, esternando con concitazione la costernazione provata per essere stata abbandonata così, all’improvviso: “Gli piaceva / la mia testa, capite, la mia testa”; […]. “Di me si stufò presto: un pomeriggio / mi mise il guinzaglio, inforcò la vera bici / per quattro isolati – i film americani, hai / presente? Finché la lingua rase al suolo / l’asfalto, la mia. Ero sgraziata, spinosa - / inaccettabile.”

In comune con Kafka c’è quel sentimento di alienazione per cui il proprio valore viene erroneamente riposto nella considerazione che hanno gli altri di noi. “Tutti gli esseri feriti sono costretti a una metamorfosi.”, scriveva Kafka. Differente è l’epilogo perché, se nel racconto kafkiano Gregorio Samsa resta insetto e come tale viene soppresso dai suoi familiari, Pagani si ribella alla metamorfosi in un ributtante piccione, e ripercorre la storia d’amore vissuta, dagli esiti così infelici, esaminandola sotto un’altra ottica, ossia quella del sereno riconoscimento dell’abbaglio, e della successiva rinascita: la poeta ammette, senza ombra di acredine o risentimento, di essersi lasciata incantare dalle belle parole e dai modi del seduttore, facendosi trascinare dal sogno anche se vigile. “Che mi prendesse in giro l’ho pensato / più d’una volta, poi stavo a guardarlo / da vicino e lontano – mezzo curvo / sullo specchio si contava i capelli.”, leggiamo. Colpisce l’onestà intellettuale di Lara che scrive: “Non crediate che parli di nuovo / di abusi di potere, di carnefici / e di vittime. La storia non è questa: / non è bianco né nero, non è grigio - / è tutti i colori meno uno.” Quest’ultimo verso apre a un’altra riflessione sul linguaggio di Pagani, ossia la sua ambiguità. Se da un lato, infatti, servendosi di immagini metaforiche, l’Autrice riveste di visibilità ciò che per sua natura sfugge a una percezione empirica, ossia la sfera sentimentale, dall’altro lato la parola impiegata non definisce mai del tutto, lasciando “intuire”, da “intus – ire”, ossia “andare dentro”, la possibilità di altre interpretazioni e di altre visioni, come giustamente osserva Franca Alaimo nella sua prefazione. Il che fa della parola della Nostra una parola poetica, dal momento che l’ambiguità è connaturata alla poesia, come anche rilevava Montale nei suoi componimenti: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato.” Dal significato polisemico, e in quanto tale ambivalente, è anche il titolo della raccolta, “Le viti del pianto”: il verso che intitola la silloge così recita: “tu - / passi e gli angeli si piegano, girano / le viti del pianto.” Una lettura potrebbe essere quella delle viti di metallo che girando nella carne generano dolore e quindi pianto, come potrebbe essere possibile un’altra interpretazione, ossia quella delle “viti” i cui grappoli sono composti da chicchi rotondi come lacrime. E d’altra parte le lacrime irrorano tutta la raccolta, perché l’Autrice racconta un percorso di crescita doloroso, anche se vittorioso: “Piangere non si può, ti hanno rubato / il nido delle lacrime per nascere.”

Opportuno rilevare come uno dei colori che pervadono la raccolta è il viola, anch’esso ambivalente: se da un lato, infatti, il viola è un colore luttuoso, al punto da essere evitato dagli artisti in quanto foriero di sventure, - “viola come la notte / quando è impossibile da spegnere.”-, dall’altro lato è simbolo di regalità, proprio per la sua rarità. Pagani ne fa un simbolo di rinascita. Per cui si passa dai versi in cui la donna rifulge di ametista in quanto venerata dall’uomo amato, ai versi in cui l’Autrice vede “sbocciare viole dalla schiena” della donna stessa, e dunque la vede splendere di luce propria: “Nulla / esiste che riesca a scalfirti, a strapparti / dall’ingorgo matto delle stagioni: nulla / tranne l’ametista che scorre dalla pianta / del tuo piede alla radice dei capelli. Solo / tu puoi recidere stelle, svernare chi sei - / sovvertire la corolla delle possibilità.”

La poeta riscrive il mito di Orfeo ed Euridice: “Ti chiamerò Orfeo. Euridice / scriverà la storia da capo, mi dice / all’orecchio. È l’ora del disincanto: / taci. Amami o niente – scorda / la tua dolce cetra, scordami come / i vivi sempre si scordano dei vivi.” Viene in mente Goliarda Sapienza, che nell’”Arte della gioia” scriveva: “Trovai le parole per uccidere Carmine. Trovai ciò che tutti i poeti sanno, che si può uccidere con le parole, oltre che con il coltello e il veleno.” Il controcanto di Lara: “Scrivo […] per l’uomo amato che vuole morire.”

I riferimenti intertestuali sono molteplici: si passa dallo scorgere echi delle più importanti rappresentanti della poesia femminile, da Sylvia Plath ad Anna Achmatova, al cogliere riferimenti a tanti poeti dell’Ottocento e del Novecento, stranieri e italiani: da Keats e Hölderlin, a Whitman, che da Pagani viene addirittura rielaborato ponendosi in contrasto con lui. Se Whitman, nella poesia dal titolo “Attraversai una volta una città popolosa”, per rendere l’intensità del momento vissuto con una donna appassionata che a lui si stringeva, scriveva: “una notte dopo l’altra si stava insieme – tutto il resto del tempo l’ho scordato”, Pagani scrive: “[Nel pozzo nessuna luna né stelle. / Eravamo insieme, tutto il resto / l’hai inventato.] Viene in mente Nazim Hikmet e i famosi versi: “Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia / Ciò che ho scritto di noi è tutta verità”. Difficile stabilire il confine tra reale e percepito, in amore. “Vagheggio prima di chiudere gli occhi / un mare qualunque raggiunto insieme - / quasi due gocce d’acqua nella vampa / del fuoco chiamato cognome, noi due - / un affare di sangue e documenti.”, scrive Lara, lasciando intendere che questa sua visione dell’amore resta rinchiusa entro i confini del sogno, e che nella realtà è difficilmente realizzabile. L’Autrice ha piuttosto conosciuto un amore che è “una stella / che non brilla bensì trama sotto il ventre / azzurro delle nuvole logorandomi / in altalena la curva dei fianchi.”

I poeti italiani del Novecento citati espressamente da Pagani come riferimenti intertestuali sono, per citarne alcuni, Saba, Penna, Sanguineti e Montale. Quest’ultimo viene rievocato nella seconda sezione della silloge, intitolata “Poesie per Clizia”. Clizia, oltre a essere la figura mitologica della ninfa rifiutata dal Sole, per Montale rappresentava la donna salvifica in quanto eterea, angelica, e Pagani la raffigura dandole estrema plasticità, movimento: “All’indietro, lentamente / hai rovesciato la testa. Il fermaglio / a tenerti non ha avuto il tempo / che ci vuole per cadere.” La fluidità è metafora di quel mimetismo necessario a fronteggiare i mutamenti della vita: gli alberi condannati a indossare sempre il verde, sono invidiosi dei cambi d’abito della donna: “Tu porti / abiti lunghi più del mondo, tessuta / per un tempo che ride e ci sorpassa.” Accanto a Clizia affiora la figura della “Volpe”: chiamava così Montale la donna sensuale che salva l’uomo con la sua carnalità. In Pagani è una donna che ‘si’ salva, che resta indenne nonostante tutto: “Nella vita di prima ero una volpe / piccola, poco scaltra – tagliole dappertutto eppure mi riusciva / difficile morire, non morivo mai // abbastanza da togliermi di mezzo.”

Altra figura femminile decantata da Pagani è la madre, che insieme al padre è un importante riferimento. Alla madre dedica i bellissimi versi: “Ti si può solo ascoltare, sperare / un giorno di somigliarti. […] Tu comprendi tutto: / anche morire è una fatica, dici / mentre sgombri la tavola dai resti / del pranzo che non abbiamo diviso.” La poetessa scrive di voler ereditare dal padre “la sconsiderata fiducia nel futuro”. : “Mio padre doveva morire / quando avevo tre anni […] Non ne parla, oggi  / che vorrei sapere come ti senti al mondo - / se sasso che affonda o lago che accoglie.”, lasciando intendere come la sospensione tra vita e morte sia una condizione comune non solo a coloro che sono sul punto di morire fisicamente, ma anche a chi è in bilico tra l’essere presente o assente, tra l’essere “la rondine del Principe felice” di Wilde o “l’alieno rovinato / sulla terra, totalmente estraneo / a qualsiasi nozione di gravità”.

La terza sezione si intitola “Tempismi” ed è dedicata al tempo. Il tempo è visto in tutte le sue ambivalenze: è un nemico quando, scorrendo, ci veicola verso la morte: “Spesso sorrido / sapendo che ci basta un soffio solo / per sparire nel nero.”; benevolo, quando aiuta, offrendoci uno sguardo retroattivo, a comprendere la nostra storia alleviandone così il dolore.
L’ultima sezione si intitola “Dolore delebile”, ed è quella della rinascita. La morte di una persona amata, sia essa una morte fisica, o una separazione, è sicuramente un evento doloroso: “un corpo amato dismette l’amore / dei gesti, inizia a giungerci per spifferi - / dal sogno.” Ma, conclude Pagani, “Persino le stelle hanno capacità / innata di morire, amore mio.”, e “Un battesimo può succedere / funerale dopo funerale, per gradi.”

Per cui mi pare opportuno concludere la nostra disamina con una bellissima immagine attinta sempre dai versi di questa poetessa, che seppure all’opera prima, dà enorme prova del suo talento letterario e umano. La poesia recita così: “No, non è la pioggia ancora. / Guarda bene come le pozzanghere / vibrano di luce al piccolo vento / rimasto in giardino – nulla le scalfisce, / non chiodi d’acqua dal cielo, non più. / Danzano e ferite lo sembrano soltanto.”



 

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